È la sera del 28 marzo 2013 nel cosmodromo di Baikonur, in Kazakistan. Sulla rampa di lancio numero 1, la stessa da cui partì Yuri Gagarin, il razzo Soyuz-FG attende immobile sotto i riflettori, mentre il vapore dell'ossigeno liquido sfiata dalle valvole di sfiato creando una nebbia bassa attorno alla struttura. All'interno della capsula Soyuz TMA-08M, fissata alla sommità del vettore, l'equipaggio composto dal comandante russo Pavel Vinogradov, dall'ingegnere di volo Alexander Misurkin e dall'astronauta americano Chris Cassidy sta completando i controlli pre-volo. L’atmosfera nel centro di controllo e a bordo è carica di una tensione diversa dal solito: questa non è una missione di routine. L'obiettivo operativo di oggi è riscrivere le procedure di viaggio verso la Stazione Spaziale Internazionale, tentando per la prima volta con un equipaggio umano il profilo di volo "fast track".
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È il 27 marzo 2015, ore 19:42 UTC. Sulla rampa numero 1 del cosmodromo di Baikonur, il luogo storico da cui partì Yuri Gagarin, il razzo Soyuz-FG è avvolto dai vapori dell’ossigeno liquido. A bordo della capsula Soyuz TMA-16M, serrati nei loro seggiolini su misura Kazbek, tre uomini attendono l’accensione: il comandante esperto Gennady Padalka e i due ingegneri di volo, Mikhail Kornienko e Scott Kelly. L’atmosfera in cuffia è focalizzata e priva di retorica, nonostante la natura straordinaria di ciò che sta per accadere. Mentre Padalka è destinato a una rotazione standard, Kelly e Kornienko stanno per dare il via alla prima "One Year Mission" a bordo della Stazione Spaziale Internazionale (ISS), un’odissea di durata doppia rispetto alla norma, concepita per forzare i limiti della fisiologia umana.
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È il 26 marzo 1958. Alla base di lancio di Cape Canaveral, in Florida, le operazioni di countdown per la missione dell'Army Ballistic Missile Agency sono nelle fasi finali. Sulla rampa LC-5 svetta il vettore Juno I, una versione modificata del missile Redstone, sormontato da una struttura complessa: tre stadi superiori a propellente solido racchiusi in un "cilindro rotante" progettato per stabilizzare il carico utile prima dell'iniezione in orbita. L'obiettivo è il lancio dell'Explorer 3, un tentativo cruciale per gli Stati Uniti di consolidare la propria presenza nello spazio dopo il fallimento dell'Explorer 2 avvenuto poche settimane fa, quando il quarto stadio non si accese, impedendo il raggiungimento della velocità orbitale. La tensione nel blocco di controllo è palpabile; la finestra di lancio è dettata da rigidi parametri di meccanica orbitale e dalla necessità di garantire la visibilità delle stazioni di terra per la telemetria iniziale.
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Sulla rampa di lancio SLC-2W della base aerea di Vandenberg, in California, la nebbia del Pacifico avvolge parzialmente la torre di servizio, ma i parametri meteorologici rimangono entro i limiti di sicurezza per il volo. È il 25 marzo 2000 e la sala di controllo della NASA attende con rigore procedurale il completamento della sequenza automatica finale. Al centro dell’attenzione vi è il vettore Delta II, incaricato di portare in orbita la missione IMAGE (Imager for Magnetopause-to-Aurora Global Exploration). Non si tratta di un lancio standard verso un’orbita bassa circolare; la traiettoria richiesta oggi è estremamente specifica e non ammette tolleranze significative sull’azimut di ascesa. L’obiettivo è inserire il satellite in un’orbita polare fortemente ellittica, indispensabile per garantire alla strumentazione la visuale completa della magnetosfera terrestre.
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Al Kennedy Space Center la tensione operativa è palpabile, sebbene controllata dalle rigide procedure di countdown che scandiscono la mattinata del 24 marzo 1992. Sulla rampa 39A attende lo Space Shuttle Atlantis, pronto a intraprendere la missione STS-45, dedicata quasi interamente alla scienza atmosferica e solare. Non è un lancio routine: il carico utile nella stiva non è un satellite da rilasciare, ma un laboratorio complesso, l'ATLAS-1 (Atmospheric Laboratory for Applications and Science), che deve rimanere integrato alla navetta per tutta la durata del volo. La finestra di lancio è dettata da precisi requisiti di illuminazione solare necessari agli strumenti ottici, restringendo i margini di manovra per il direttore di volo. Mentre l'equipaggio, comandato da Charles Bolden, completa l'ingresso e l'allacciamento alle comunicazioni, i controllori di volo a Houston e in Florida monitorano una lettura anomala che rischia di abortire la sequenza: sensori nel compartimento di coda dell'orbiter rilevano concentrazioni di idrogeno liquido e ossigeno leggermente superiori ai limiti di sicurezza previsti.
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