È il 27 febbraio 2014 e presso il Centro Spaziale di Tanegashima, situato sull'isola omonima a sud del Kyushu, le operazioni di conto alla rovescia sono entrate nella fase finale. Sebbene in Giappone siano le prime ore del mattino del giorno successivo, per il Tempo Coordinato Universale (UTC) e per i centri di controllo della NASA negli Stati Uniti, siamo ancora pienamente nel pomeriggio del 27. Sulla rampa di lancio del complesso di Yoshinobu attende il vettore H-IIA F23, un cavallo di battaglia dell’agenzia spaziale giapponese JAXA, incaricato di portare in orbita un carico pagante di importanza critica per le scienze della Terra: il GPM Core Observatory. La missione, frutto di una partnership strategica tra la NASA e la JAXA, non è un semplice satellite meteorologico, ma il nodo centrale di una costellazione internazionale progettata per standardizzare le misurazioni delle precipitazioni su scala globale. Le condizioni meteorologiche al sito di lancio sono state monitorate con estrema attenzione, dato che venti di taglio o fulmini potrebbero compromettere l'integrità dei delicati sensori a bordo, in particolare l'imponente radar di precipitazione a doppia frequenza.
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Sono le prime ore del 25 febbraio 2007 e nella sala di controllo dell’ESOC di Darmstadt, in Germania, il silenzio è rotto solo dal mormorio sommesso delle verifiche di telemetria. La sonda Rosetta, gioiello dell’Agenzia Spaziale Europea lanciato tre anni fa, sta per affrontare la manovra più rischiosa della sua crociera interplanetaria: il sorvolo ravvicinato di Marte. Non si tratta di una semplice visita turistica, ma di una necessità balistica vitale; senza la fionda gravitazionale del Pianeta Rosso, il veicolo non avrà mai l’energia sufficiente per raggiungere la sua destinazione finale, una cometa ancora lontana miliardi di chilometri. Tuttavia, la geometria dell’incontro impone un prezzo altissimo: per ottenere la spinta necessaria, Rosetta deve passare dietro al pianeta rispetto al Sole, entrando nel cono d’ombra di Marte.
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La rampa di lancio 36B di Cape Kennedy è avvolta nell'oscurità della sera del 24 febbraio 1969, ma la tensione operativa al centro di controllo è palpabile, figlia di un’emergenza tecnica risolta per miracolo solo pochi giorni prima. I tecnici della NASA e della General Dynamics stanno monitorando il countdown finale per il lancio della Mariner 6, una sonda destinata a svelare i segreti dell'atmosfera e della superficie marziana. L'atmosfera è carica perché questa missione ha rischiato di non partire mai: solo dieci giorni fa, il vettore Atlas originale ha subito un catastrofico calo di pressione strutturale mentre era in rampa, collassando parzialmente e costringendo le squadre di terra a un’operazione disperata per rimuovere la sonda e installarla su un nuovo razzo vettore in tempi record per non perdere la finestra di lancio planetaria.
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È il 23 febbraio 2017 e a bordo della Stazione Spaziale Internazionale l’atmosfera è carica di una tensione silenziosa, prettamente operativa. Solo ventiquattro ore prima, il sistema di computer di bordo della capsula SpaceX CRS-10 ha chiamato un abort automatico a meno di due chilometri dal complesso orbitale, a causa di un errore nell’elaborazione dei dati di navigazione relativa GPS. Oggi non sono ammessi errori: il veicolo cargo sta effettuando il suo secondo tentativo di approccio e il centro di controllo missione di Houston, insieme ai team di SpaceX a Hawthorne, scruta ogni singolo parametro della telemetria.
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Al Kennedy Space Center in Florida, le condizioni meteorologiche sul Pad 39B sono ottimali, permettendo al conto alla rovescia di procedere senza interruzioni verso lo zero. È il 22 febbraio 1996 e lo Space Shuttle Columbia è pronto a intraprendere la missione STS-75, una delle più complesse mai tentate sotto il profilo dell’elettrodinamica spaziale. A bordo, il comandante Andrew Allen guida un equipaggio internazionale di sette astronauti, tra cui spiccano i nomi di due specialisti di missione italiani: Maurizio Cheli e Umberto Guidoni. L'atmosfera in cabina è di estrema concentrazione; per la NASA e per l’Agenzia Spaziale Italiana questo volo rappresenta una seconda chance cruciale dopo i problemi tecnici che avevano bloccato il primo tentativo del satellite al guinzaglio nel 1992. I controllori di volo a Houston monitorano i parametri dei tre motori principali (SSME) e dei booster laterali, mentre il sistema di soppressione acustica inonda la rampa d'acqua.
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