È il 21 febbraio 2019 e nel centro di controllo JAXA di Sagamihara, in Giappone, il silenzio è rotto solo dalle chiamate di telemetria. A 340 milioni di chilometri dalla Terra, la sonda Hayabusa2 sta affrontando la fase più critica della sua esistenza: la discesa finale verso la superficie dell’asteroide Ryugu. Non è un atterraggio convenzionale, ma un "touch-and-go" chirurgico, un bacio fugace a un corpo celeste scuro e accidentato che ruota nel vuoto.
La tensione tra i banchi dei controllori di volo è palpabile. A causa della distanza, ogni comando inviato impiega circa 19 minuti per raggiungere il veicolo, e altrettanti ne servono per ricevere la conferma dell'esecuzione. Di fatto, Hayabusa2 sta agendo nel passato rispetto a chi la osserva. La sonda ha disattivato l'antenna ad alto guadagno per orientarsi verso il suolo; da questo momento, la squadra a terra può monitorare la discesa solo attraverso le variazioni dell'effetto Doppler nel segnale radio a bassa frequenza. Un cambio di tono nel segnale è l'unica prova che la sonda sta accelerando o frenando.
Il sistema di navigazione autonomo aggancia il "Target Marker", una sfera riflettente sganciata in precedenza che funge da faro in un mare di rocce nere. La precisione richiesta è assoluta: il sito di prelievo, soprannominato L08-E1, ha un diametro utile di appena 6 metri, circondato da macigni letali per i pannelli solari. I dati scorrono sui monitor. La sonda si allinea, estende il corno di campionamento (il sampler horn) e scende gli ultimi metri in caduta libera controllata.
Alle 22:29 UTC il segnale Doppler schizza verso l'alto: il computer di bordo ha rilevato il contatto. In quell'istante, un proiettile di tantalio da 5 grammi viene sparato attraverso il corno alla velocità di 300 metri al secondo. L'impatto frantuma la crosta superficiale, sollevando una nuvola di regolite che risale lungo il condotto verso il contenitore di raccolta. Un secondo dopo, i propulsori di manovra si accendono alla massima potenza per l'ascesa d'emergenza, allontanando il veicolo dal pericolo. A Sagamihara, gli ingegneri attendono con il fiato sospeso la conferma che la sequenza sia completa. Quando la telemetria torna nominale e indica che la sonda è salva e in allontanamento, l'applauso libera anni di preparazione: il proiettile ha colpito, il campione è catturato.
A missione conclusa, con il ritorno della capsula sulla Terra nel dicembre 2020, i risultati scientifici hanno superato le aspettative più ottimistiche, ridefinendo la nostra comprensione del Sistema Solare primordiale. L'obiettivo tecnico di raccogliere 0,1 grammi di materiale è stato largamente battuto: la camera di raccolta conteneva oltre 5 grammi di sabbia nera e ciottoli, un tesoro geologico incontaminato, mai esposto all'atmosfera terrestre.
Le analisi condotte nei laboratori di tutto il mondo, pubblicate su riviste come Science e Nature, hanno confermato che Ryugu è un asteroide di tipo C (carbonaceo), una "pila di macerie" (rubble pile) estremamente porosa, formatasi dalla riaggregazione di detriti dopo la distruzione di un corpo genitore più grande. Questa struttura fragile e a bassa densità suggerisce che molti asteroidi simili potrebbero disintegrarsi facilmente se minacciati da forze di marea planetarie o impatti minori.
La scoperta più eclatante, tuttavia, risiede nella composizione chimica. I grani di Ryugu contengono acqua intrappolata in minerali idrati (fillosilicati), testimonianza di antiche interazioni acquose sul corpo genitore. Ancor più sorprendente è stata la rilevazione di composti organici complessi, tra cui l'uracile (una delle basi azotate dell'RNA) e la vitamina B3. Questi ritrovamenti supportano l'ipotesi della panspermia molecolare, secondo cui gli asteroidi ricchi di carbonio e acqua potrebbero aver bombardato la Terra primitiva, consegnando gli ingredienti prebiotici fondamentali per l'innesco della vita. La missione Hayabusa2 non ha solo riportato polvere di stelle, ma ha consegnato un pezzo del puzzle sulle nostre origini cosmiche.