È l’alba del 19 marzo 1965 e nello spazio, a bordo della capsula sovietica Voskhod 2, la situazione sta precipitando rapidamente verso uno scenario di emergenza critica. Dopo il trionfo del giorno precedente, quando Alexey Leonov ha effettuato la prima passeggiata spaziale della storia, la routine del rientro si è trasformata in una lotta per la sopravvivenza. Il sistema di orientamento automatico, programmato per attivare i retrorazzi e riportare l’equipaggio a casa durante la sedicesima orbita, ha fallito. La navicella continua a orbitare inerte. Da terra, il centro di controllo di Mosca, in un clima di tensione palpabile, autorizza il comandante Pavel Belyayev a tentare una manovra mai eseguita prima: un rientro completamente manuale.
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È il 18 marzo 1965. Presso il cosmodromo di Baikonur, le procedure di lancio della missione Voskhod 2 sono in fase terminale. Il vettore R-7, modificato per ospitare la capsula con equipaggio, si solleva dalla rampa alle ore 07:00 UTC, spinto dai motori principali che bruciano cherosene e ossigeno liquido. A bordo, il comandante Pavel Belyayev e il pilota Alexei Leonov monitorano i pannelli di controllo mentre le accelerazioni g schiacciano i loro corpi contro i seggiolini sagomati. L'inserimento orbitale avviene con successo, ma i dati telemetrici indicano immediatamente un parametro anomalo: l’apogeo è più alto del previsto, toccando i 475 chilometri di quota. Questa deviazione orbitale, sebbene non critica per la sopravvivenza immediata, introduce una variabile complessa per i calcoli di rientro e aumenta l'esposizione alle fasce di radiazione, ma il controllo missione a terra dà comunque il via libera per l'obiettivo primario: l'attività extraveicolare.
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È il primo pomeriggio del 17 marzo 2009 e sulla rampa di lancio numero 133 del cosmodromo di Plesetsk, nella Russia settentrionale, le condizioni meteorologiche permettono finalmente il via alle operazioni. Dopo un rinvio di ventiquattro ore dovuto a un’anomalia nel sistema di servizio della torre di lancio, il vettore Rockot è pronto. Non si tratta di un lancio ordinario: all’interno del fairing protettivo si trova GOCE (Gravity Field and Steady-State Ocean Circulation Explorer), una delle macchine più eleganti e complesse mai concepite dall’Agenzia Spaziale Europea. Alle ore 14:21 UTC, il silenzio della taiga viene rotto dall’accensione del primo stadio. Il missile, un ex ICBM sovietico SS-19 riconvertito per usi civili, lascia il silo, spingendo il carico verso un’inclinazione polare quasi perfetta.
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È la mattina del 16 marzo 1966 a Cape Kennedy e l’atmosfera nel blocco di lancio 19 è carica di un’aspettativa tecnica senza precedenti. La NASA sta per tentare una manovra che non è mai riuscita a nessuno nella storia dell’esplorazione spaziale: il docking, l’aggancio fisico tra due veicoli in orbita. Il piano di volo è serrato e prevede una "doppia partenza". Il primo a lasciare la rampa, spinto da un vettore Atlas, è il veicolo bersaglio GATV-8 (Gemini Agena Target Vehicle). Esattamente 100 minuti più tardi, alle 11:41 EST, i motori del Titan II si accendono: a bordo della capsula Gemini 8 ci sono il comandante Neil Armstrong e il pilota David Scott. L’inserimento in orbita è nominale e la caccia ha inizio.
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È il 15 marzo 1975. Nel centro di controllo del GSOC a Oberpfaffenhofen, in Germania Ovest, e nelle sale del Jet Propulsion Laboratory della NASA a Pasadena, l’atmosfera è di attesa clinica, scandita dal ritmo dei nastri magnetici e dai tracciati delle stampanti ad aghi. Non c’è un conto alla rovescia, non c’è il boato di un decollo: la sonda Helios 1 è nel silenzio del vuoto da oltre tre mesi, ma proprio oggi sta affrontando la prova del fuoco per cui è stata costruita. La telemetria indica che il veicolo ha raggiunto il suo primo perielio, il punto di massima vicinanza alla nostra stella, toccando la distanza record di 0,309 UA (Unità Astronomiche). Nessun oggetto costruito dall'uomo si è mai spinto così in profondità nel sistema solare interno, all'interno dell'orbita di Mercurio.
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