È la mattina del 28 aprile 2006 presso la Vandenberg Air Force Base, in California, e la nebbia costiera tipica di questa zona del Pacifico avvolge la rampa di lancio SLC-2W. Sulla piattaforma, un vettore Delta II in configurazione 7420-10C attende il momento decisivo. Non è un lancio ordinario: sotto l’ogiva sono stipati due satelliti distinti, CloudSat e CALIPSO, impilati uno sopra l'altro grazie a una struttura di adattamento a doppio carico. La finestra di lancio è istantanea, dura un solo secondo. Non c'è margine di errore per ritardi tecnici o indecisioni dell'ultimo minuto: per inserirsi correttamente nel "treno" orbitale preesistente, la cosiddetta A-Train constellation, il decollo deve avvenire all'orario esatto calcolato dalla dinamica di volo.
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È il 27 aprile 1972. Nello spazio cislunare, a poche ore dal rientro nell’atmosfera terrestre, l’equipaggio della missione Apollo 16 si prepara a concludere una delle esplorazioni più complesse mai tentate sul suolo lunare. John Young, Charles Duke e Ken Mattingly si trovano all'interno del Modulo di Comando Casper, che viaggia a una velocità prossima ai 40.000 chilometri orari verso il corridoio di rientro. La tensione operativa nel Mission Control di Houston è palpabile, ma gestita con la consueta disciplina procedurale. La cronaca di queste ultime fasi inizia con la manovra critica di separazione: il Modulo di Servizio, ormai inutile zavorra che ha fornito propulsione e supporto vitale per gran parte del viaggio, viene sganciato tramite cariche pirotecniche. Il computer di bordo orienta Casper con lo scudo termico rivolto verso il vettore velocità, un assetto indispensabile per sopravvivere all'impatto con gli strati densi dell'atmosfera.
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È il 26 aprile 2017. Presso il Jet Propulsion Laboratory di Pasadena, l’atmosfera nella sala di controllo della missione è satura di un silenzio teso, quasi irreale per un team abituato al flusso costante di telemetria. A un miliardo e mezzo di chilometri dalla Terra, la sonda Cassini sta per eseguire una manovra che non ha precedenti nella storia dell’esplorazione spaziale: il primo tuffo nella stretta regione compresa tra l'atmosfera superiore di Saturno e l'anello più interno, il tenue anello D. Non è una semplice correzione orbitale, ma l’inizio della fase terminale della missione, battezzata "Grand Finale".
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È il 25 aprile 1990 e a bordo dello Space Shuttle Discovery si respira una tensione operativa che va ben oltre la normale routine di una missione spaziale. Siamo nel secondo giorno di volo della missione STS-31 e l’obiettivo odierno è il rilascio in orbita del carico utile più prezioso e complesso mai trasportato da una navetta: il Hubble Space Telescope. La quota operativa è insolitamente alta per uno Shuttle, circa 612 chilometri di altitudine, necessaria per garantire al telescopio una vita orbitale prolungata e lontano dalle interferenze atmosferiche residue. Nella stiva di carico, l’enorme cilindro argentato riflette la luce solare, mentre l'equipaggio si prepara a quella che è, a tutti gli effetti, una danza meccanica di altissima precisione.
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È la mattina del 24 aprile 1990 al Kennedy Space Center in Florida. Sulla rampa di lancio 39B, lo Space Shuttle Discovery attende verticale, avvolto dai vapori dell'idrogeno liquido che sfiata dai serbatoi esterni. A bordo, il comandante Loren Shriver e il pilota Charles Bolden completano i controlli pre-volo, monitorando i parametri vitali di una missione, la STS-31, che porta con sé il carico scientifico più costoso e complesso mai assemblato: l'Hubble Space Telescope. Il countdown scorre fluido fino a T-31 secondi, quando il software di terra chiama un arresto imprevisto. Nella sala di controllo la tensione è palpabile; una valvola dell’ossigeno liquido nel sistema di alimentazione ausiliario sembra non rispondere correttamente. I tecnici lavorano freneticamente sui circuiti logici, bypassando un sensore difettoso per riprendere la sequenza. Alle 12:33 UTC, i tre motori principali si accendono, seguiti dall'ignizione dei booster laterali. Il Discovery si solleva, lasciandosi alle spalle una colonna di fumo bianco che taglia il cielo dell’Atlantico.
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