È il 27 aprile 1972. Nello spazio cislunare, a poche ore dal rientro nell’atmosfera terrestre, l’equipaggio della missione Apollo 16 si prepara a concludere una delle esplorazioni più complesse mai tentate sul suolo lunare. John Young, Charles Duke e Ken Mattingly si trovano all'interno del Modulo di Comando Casper, che viaggia a una velocità prossima ai 40.000 chilometri orari verso il corridoio di rientro. La tensione operativa nel Mission Control di Houston è palpabile, ma gestita con la consueta disciplina procedurale. La cronaca di queste ultime fasi inizia con la manovra critica di separazione: il Modulo di Servizio, ormai inutile zavorra che ha fornito propulsione e supporto vitale per gran parte del viaggio, viene sganciato tramite cariche pirotecniche. Il computer di bordo orienta Casper con lo scudo termico rivolto verso il vettore velocità, un assetto indispensabile per sopravvivere all'impatto con gli strati densi dell'atmosfera.
L'ingresso nell'interfaccia atmosferica avviene secondo i calcoli, a circa 120 chilometri di quota. L'attrito genera un plasma incandescente attorno alla capsula, innescando il previsto blackout delle comunicazioni radio. Per diversi minuti, la telemetria tace. A bordo, gli astronauti sperimentano una decelerazione brutale, passando dall'assenza di peso a picchi di forza G che schiacciano i corpi contro i seggiolini sagomati. È una fase in cui l’equipaggio non ha controllo attivo: tutto dipende dall'angolo di incidenza e dall'integrità dello scudo ablativo che si consuma per disperdere il calore estremo. Quando la velocità scende a livelli subsonici e il blackout cessa, la voce di Mattingly conferma che i sistemi sono nominali. A circa 7.000 metri si attivano i paracadute "drogue" per stabilizzare la caduta, seguiti dall'apertura dei tre paracadute principali che rallentano la discesa finale verso l'Oceano Pacifico.
L'impatto con l'acqua avviene poco prima delle 20:00 UTC. La capsula tocca la superficie ma, a causa delle onde e del vento, si stabilizza in posizione "Stable II", ovvero capovolta, con il vertice immerso in acqua. È una condizione prevista ma disagevole per gli astronauti, che restano appesi alle cinture a testa in giù mentre le procedure di recupero scattano immediatamente. I tre palloni di raddrizzamento situati sulla sommità del modulo vengono gonfiati automaticamente, e lentamente Casper si raddrizza, permettendo l'apertura del portello per l'ingresso dell'aria fresca. I sommozzatori della Marina statunitense, lanciati dagli elicotteri della portaerei USS Ticonderoga, applicano il collare di galleggiamento. Solo quando il portello viene aperto e l'equipaggio viene issato a bordo del verricello di recupero, la fase operativa della missione può dirsi tecnicamente conclusa, lasciando spazio alla scienza.
Analizzando i risultati scientifici a missione conclusa, Apollo 16 rappresenta un punto di svolta fondamentale nella comprensione geologica della Luna, smentendo clamorosamente le ipotesi che avevano guidato la selezione del sito di atterraggio. L'obiettivo primario era campionare gli altipiani di Descartes e la formazione di Cayley, aree che i geologi, basandosi sulle immagini orbitali e sulla morfologia del terreno, ritenevano di origine vulcanica. La comunità scientifica si aspettava di trovare rocce magmatiche ricche di silice, prodotte da un vulcanismo più recente e viscoso rispetto ai mari lunari basaltici esplorati dalle missioni precedenti. Tuttavia, non appena Young e Duke iniziarono le attività extraveicolari, divenne evidente che la realtà era drasticamente diversa.
I campioni raccolti, per un totale di circa 95 chilogrammi, non erano lave vulcaniche, ma brecce: rocce agglomerate formate dalla fusione e dalla frammentazione causata da impatti meteorici antichi e violenti. Le analisi di laboratorio condotte sulla Terra confermarono che la geologia degli altipiani non era stata modellata da processi vulcanici interni, bensì dalla redistribuzione dei detriti (ejecta) proiettati a grandi distanze dalla formazione dei grandi bacini d'impatto, come il Mare Imbrium e il Mare Orientale. Questo risultato costrinse a riscrivere la storia termica della Luna, suggerendo che l'attività vulcanica tarda fosse molto meno diffusa di quanto teorizzato fino a quel momento.
Oltre alla geologia, la missione lasciò un'eredità significativa nell'astronomia e nella geofisica. Durante la permanenza sulla superficie, fu dispiegato ed attivato il primo osservatorio astronomico lunare: una camera/spettrografo nell'ultravioletto lontano. Questo strumento permise di ottenere immagini della geocorona terrestre (l'alone di idrogeno che circonda il nostro pianeta) e di osservare stelle e nebulose in lunghezze d'onda schermate dall'atmosfera terrestre, fornendo dati spettrali di qualità inedita per l'epoca. Inoltre, gli esperimenti sismici attivi e passivi installati al suolo contribuirono a delineare con maggiore precisione la struttura interna della crosta lunare, rivelando discontinuità e proprietà elastiche che supportavano l'ipotesi di una crosta fratturata e spessa, coerente con la scoperta delle brecce d'impatto. La discrepanza tra le aspettative vulcaniche e la realtà dei campioni rimane, ancora oggi, uno degli esempi più istruttivi di come l'esplorazione diretta sia insostituibile per validare i modelli di telerilevamento planetario.