Siamo nel cuore della steppa kazaka, presso il Cosmodromo di Baikonur, rampa 81. Il calendario segna 19 maggio 1971 e l’aria è carica di una tensione palpabile, quasi elettrica, che va oltre la consueta apprensione per un lancio spaziale. I tecnici sovietici sanno di non avere margini di errore: la finestra di lancio verso Marte è aperta, ma il tempo stringe e la concorrenza americana con il programma Mariner è spietata. Sulla rampa si erge il titanico vettore Proton-K, un colosso incaricato di portare in orbita la sonda Mars 2, una macchina complessa da 4650 chilogrammi progettata non solo per orbitare attorno al Pianeta Rosso, ma per sganciare un modulo di discesa sulla sua superficie. L'atmosfera nella sala di controllo è resa ancor più pesante dal fallimento avvenuto solo nove giorni fa, quando una sonda gemella, la Cosmos 419, è rimasta intrappolata in orbita terrestre a causa di un banale quanto fatale errore di programmazione nel timer dello stadio superiore.
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È il 18 maggio 1969, una domenica che segna l'inizio della fase operativa più complessa mai tentata dalla NASA fino a questo momento. Al Kennedy Space Center, sulla rampa 39B, il vettore Saturn V attende il comando di accensione per la missione Apollo 10. L’atmosfera nella sala di controllo e a bordo della capsula è di concentrazione assoluta: non si tratta solo di volare verso il nostro satellite naturale, ma di eseguire una prova generale completa, escludendo il solo allunaggio, per validare l’intera catena di procedure necessarie per il successo della successiva Apollo 11. A bordo del Modulo di Comando, battezzato Charlie Brown, il comandante Thomas Stafford, il pilota del modulo di comando John Young e il pilota del modulo lunare Eugene Cernan monitorano i pannelli strumenti mentre il countdown raggiunge lo zero alle 16:49 UTC.
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È il 17 maggio 1969. Nel centro di controllo per le comunicazioni nello spazio profondo di Yevpatoria, in Crimea, l’atmosfera è satura di una tensione tecnica peculiare, diversa da quella vissuta appena ventiquattr’ore prima. I tecnici sovietici sono impegnati in una maratona balistica senza precedenti: la gestione di due sonde interplanetarie giunte a destinazione quasi simultaneamente. Dopo il successo parziale della gemella Venera 5, entrata nell’atmosfera venusiana ieri, oggi tocca a Venera 6. La sonda, lanciata lo scorso gennaio dal cosmodromo di Baikonur a bordo di un vettore Molniya-M, si trova ora a circa 106 milioni di chilometri dalla Terra ed è prossima all’interfaccia atmosferica del pianeta più ostile del sistema solare.
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È la mattina del 16 maggio 2011 al Kennedy Space Center in Florida, e l’atmosfera sulla rampa 39A è densa di un’aspettativa tecnica che va oltre la consueta tensione di un lancio spaziale. Lo Space Shuttle Endeavour è pronto sulla piattaforma per la missione STS-134, il suo venticinquesimo e ultimo volo orbitale prima del pensionamento della flotta. Dopo il rinvio tecnico subito a fine aprile a causa di un guasto ai riscaldatori di una delle tre unità di potenza ausiliarie (APU), le squadre di terra della NASA hanno lavorato incessantemente per sostituire la scatola di controllo elettronica difettosa e ricertificare i sistemi idraulici. Ora, le procedure di caricamento dei propellenti criogenici nel serbatoio esterno procedono senza intoppi; i sensori di livello eco indicano il "pieno" di idrogeno e ossigeno liquidi.
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È il 15 maggio 1963, Cape Canaveral, Florida. Sulla rampa di lancio numero 14, un vettore Atlas LV-3B attende immobile sotto il sole del mattino, sbuffando vapori di ossigeno liquido. In cima al missile, incapsulato nella minuscola cabina della Mercury-Atlas 9, siede l’astronauta Leroy Gordon Cooper. La missione, battezzata Faith 7, rappresenta il culmine e la conclusione del primo programma spaziale umano degli Stati Uniti. L'atmosfera nella sala di controllo e nel blockhouse è densa di un’attenzione clinica; i tecnici scrutano i pannelli analogici mentre il countdown scivola verso lo zero. Alle ore 08:04 locali (13:04 UTC), i motori principali si accendono. Il clamore scuote la struttura di servizio e il razzo si solleva con una precisione che smentisce i timori sulla affidabilità del vettore, storicamente capriccioso.
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