Siamo nel cuore della steppa kazaka, presso il Cosmodromo di Baikonur, rampa 81. Il calendario segna 19 maggio 1971 e l’aria è carica di una tensione palpabile, quasi elettrica, che va oltre la consueta apprensione per un lancio spaziale. I tecnici sovietici sanno di non avere margini di errore: la finestra di lancio verso Marte è aperta, ma il tempo stringe e la concorrenza americana con il programma Mariner è spietata. Sulla rampa si erge il titanico vettore Proton-K, un colosso incaricato di portare in orbita la sonda Mars 2, una macchina complessa da 4650 chilogrammi progettata non solo per orbitare attorno al Pianeta Rosso, ma per sganciare un modulo di discesa sulla sua superficie. L'atmosfera nella sala di controllo è resa ancor più pesante dal fallimento avvenuto solo nove giorni fa, quando una sonda gemella, la Cosmos 419, è rimasta intrappolata in orbita terrestre a causa di un banale quanto fatale errore di programmazione nel timer dello stadio superiore.
Sono le 16:22 UTC quando i sei motori del primo stadio del Proton si accendono, sollevando il razzo in un tripudio di fiamme e fumo che scuote le strutture di servizio. La telemetria scorre frenetica sui monitor: la salita procede nominale. Il primo stadio si separa, seguito dall'accensione del secondo e poi del terzo. La sonda entra in un'orbita di parcheggio terrestre provvisoria. È qui che si gioca il destino della missione. Tutti gli occhi sono puntati sui dati provenienti dallo stadio superiore Blok D. I controllori di volo verificano ossessivamente che il timer di accensione sia stato impostato correttamente, memori del recente disastro. Dopo circa un'ora di attesa in orbita bassa, il comando viene eseguito: il Blok D si riaccende. La spinta è precisa, l'iniezione trans-marziana avviene senza anomalie e la velocità necessaria per sfuggire al pozzo gravitazionale terrestre viene raggiunta. Mars 2 si separa dallo stadio spingitore, dispiega i pannelli solari e le antenne, iniziando la sua lunga crociera nel vuoto interplanetario. Dalla sala controllo arriva la conferma: la traiettoria è corretta, i sistemi vitali rispondono. La corsa verso Marte è ufficialmente iniziata.
Analizzando la missione a posteriori, Mars 2 rappresenta un capitolo agrodolce ma tecnicamente fondamentale nell'esplorazione planetaria. Sebbene l'obiettivo primario di ottenere un atterraggio morbido sia fallito, la missione ha segnato pietre miliari incontrovertibili. Il modulo di discesa, sganciatosi dall'orbiter il 27 novembre dello stesso anno, entrò nell'atmosfera marziana con un angolo troppo ripido a causa di un errore nel calcolo della traiettoria durante le manovre finali. Il sistema di paracadute non ebbe il tempo o le condizioni aerodinamiche per frenare a sufficienza il veicolo, che si schiantò al suolo. Nonostante il violento impatto, l'evento conferì all'Unione Sovietica il primato storico di aver portato il primo oggetto manufatto sulla superficie di Marte, anticipando ogni altro tentativo successivo.
Il comparto scientifico della missione, tuttavia, non andò perso grazie al successo del modulo orbitale (orbiter). Mars 2, insieme alla gemella Mars 3 arrivata pochi giorni dopo, si trovò a operare in condizioni impreviste: l'intero pianeta era avvolto da una tempesta di sabbia globale di intensità mai registrata prima. Questa circostanza, sebbene impedisse inizialmente la mappatura fotografica della superficie, permise agli scienziati di raccogliere dati inestimabili sulla dinamica atmosferica marziana. Gli strumenti a bordo rilevarono che la polvere sospesa assorbiva la radiazione solare riscaldando l'alta atmosfera, mentre la superficie rimaneva sensibilmente più fredda, un effetto serra inverso rispetto alle aspettative terrestri. La sonda mappò inoltre le irregolarità del campo gravitazionale e confermò la presenza di un campo magnetico estremamente debole, fornendo le prime prove concrete che Marte non possedeva una dinamo interna attiva come la Terra. I dati raccolti dall'orbiter, rimasto operativo per oltre otto mesi, posero le basi teoriche e cartografiche indispensabili per le future missioni di esplorazione robotica.