Al Kennedy Space Center la tensione operativa è palpabile, sebbene controllata dalle rigide procedure di countdown che scandiscono la mattinata del 24 marzo 1992. Sulla rampa 39A attende lo Space Shuttle Atlantis, pronto a intraprendere la missione STS-45, dedicata quasi interamente alla scienza atmosferica e solare. Non è un lancio routine: il carico utile nella stiva non è un satellite da rilasciare, ma un laboratorio complesso, l'ATLAS-1 (Atmospheric Laboratory for Applications and Science), che deve rimanere integrato alla navetta per tutta la durata del volo. La finestra di lancio è dettata da precisi requisiti di illuminazione solare necessari agli strumenti ottici, restringendo i margini di manovra per il direttore di volo. Mentre l'equipaggio, comandato da Charles Bolden, completa l'ingresso e l'allacciamento alle comunicazioni, i controllori di volo a Houston e in Florida monitorano una lettura anomala che rischia di abortire la sequenza: sensori nel compartimento di coda dell'orbiter rilevano concentrazioni di idrogeno liquido e ossigeno leggermente superiori ai limiti di sicurezza previsti.

Il countdown viene fermato. Le squadre di ingegneria analizzano i tassi di evaporazione e ventilazione nei minuti critici che precedono l'accensione. Dopo una valutazione tecnica rapida, si determina che i valori, pur alti, sono stabili e rientrano in una fascia di tollerabilità procedurale rivista per le condizioni ambientali odierne. La sequenza riprende. Alle 13:13 UTC, i tre motori principali (SSME) si accendono, seguiti istanti dopo dai booster a propellente solido. L'ascesa è nominale: la separazione dei booster avviene senza incidenti, e otto minuti e mezzo dopo il decollo, Atlantis spegne i motori principali raggiungendo l'orbita preliminare.

Non c'è tempo per l'adattamento fisiologico dell'equipaggio. Appena raggiunta l'orbita operativa e aperti i portelloni della stiva di carico per esporre gli strumenti al vuoto e allo spazio, inizia la fase critica di attivazione. La missione è strutturata su due turni di lavoro di 12 ore, il "Red Team" e il "Blue Team", per garantire operatività scientifica ininterrotta. Il specialista di carico Dirk Frimout e i suoi colleghi iniziano immediatamente la sequenza di "power-up" del pallet Spacelab. La priorità è verificare che il braccio robotico e i meccanismi di puntamento degli strumenti non abbiano subito danni dalle vibrazioni del lancio. I primi pacchetti di telemetria confermano che il laboratorio è vivo: le procedure di calibrazione ottica iniziano mentre la navetta si orienta con la stiva rivolta verso la Terra per le prime scansioni atmosferiche, segnando l'inizio effettivo della raccolta dati.

La missione STS-45 rappresenta, a posteriori, uno snodo fondamentale nella comprensione delle dinamiche chimico-fisiche dell'atmosfera terrestre, in un periodo storico in cui il buco dell'ozono era al centro del dibattito scientifico globale. I risultati ottenuti dagli strumenti montati sulla piattaforma ATLAS-1 hanno fornito una validazione cruciale per i dati raccolti dai satelliti a lungo termine, come l'UARS, e hanno permesso di raffinare i modelli teorici sulla distruzione dell'ozono stratosferico. L'approccio della missione, basato sull'utilizzo ripetuto di una suite di strumenti calibrati a terra prima e dopo ogni volo, ha eliminato le incertezze dovute al degrado dei sensori che spesso affligge i satelliti operativi per anni senza manutenzione.

Uno dei risultati più significativi è arrivato dallo strumento ATMOS (Atmospheric Trace Molecule Spectroscopy). Questo spettrometro ha sfruttato l'occultazione solare – osservando il Sole mentre sorgeva o tramontava attraverso l'atmosfera terrestre vista dall'orbita – per rilevare con precisione senza precedenti la concentrazione di gas traccia. Le analisi spettrali hanno confermato in modo inequivocabile la presenza di prodotti derivati dai clorofluorocarburi (CFC) nella media atmosfera, fornendo la "pistola fumante" chimica che collegava le attività industriali umane all'assottigliamento dello strato di ozono. I dati hanno mostrato profili verticali di concentrazione per oltre trenta costituenti atmosferici diversi, creando un database di riferimento per la comunità scientifica internazionale.

Parallelamente, la missione ha ottenuto risultati rilevanti nella fisica del plasma grazie all'esperimento SEPAC (Space Experiments with Particle Accelerators). Nonostante alcune difficoltà operative iniziali, l'esperimento ha generato fasci di elettroni diretti verso l'alta atmosfera per creare aurore artificiali. L'osservazione di questi fenomeni ha permesso di studiare l'interazione tra particelle cariche e il campo magnetico terrestre, verificando come i veicoli spaziali si caricano elettricamente in orbita e come neutralizzare tale carica. Infine, gli strumenti SOLCON e SUSIM hanno misurato la costante solare e lo spettro ultravioletto con un margine di errore inferiore all'1%, dati essenziali per distinguere il riscaldamento globale di origine antropica dalle naturali fluttuazioni dell'output energetico solare. La missione ha dimostrato che la piattaforma Shuttle poteva fungere da laboratorio di calibrazione volante di altissima precisione, un ruolo che ha mantenuto fino alla fine del programma.