È il 27 marzo 2015, ore 19:42 UTC. Sulla rampa numero 1 del cosmodromo di Baikonur, il luogo storico da cui partì Yuri Gagarin, il razzo Soyuz-FG è avvolto dai vapori dell’ossigeno liquido. A bordo della capsula Soyuz TMA-16M, serrati nei loro seggiolini su misura Kazbek, tre uomini attendono l’accensione: il comandante esperto Gennady Padalka e i due ingegneri di volo, Mikhail Kornienko e Scott Kelly. L’atmosfera in cuffia è focalizzata e priva di retorica, nonostante la natura straordinaria di ciò che sta per accadere. Mentre Padalka è destinato a una rotazione standard, Kelly e Kornienko stanno per dare il via alla prima "One Year Mission" a bordo della Stazione Spaziale Internazionale (ISS), un’odissea di durata doppia rispetto alla norma, concepita per forzare i limiti della fisiologia umana.
Al comando di accensione, i motori RD-107A del primo stadio e il propulsore centrale ruggiscono, vincendo la gravità della steppa kazaka. La telemetria scorre fluida sui monitor del TsUP di Mosca e del Mission Control di Houston: pressione in camera di combustione nominale, assetto stabile. Dopo meno di due minuti, avviene la separazione dei booster laterali, che disegnano nel cielo la celebre "Croce di Korolev", visibile brevemente prima che il vettore buchi lo strato di nubi. La spinta schiaccia gli astronauti con un fattore di carico crescente. A circa nove minuti dal lancio, il terzo stadio si spegne e la Soyuz TMA-16M si separa, inserendosi in orbita con precisione chirurgica.
Non c’è tempo per contemplare il vuoto. Appena in microgravità, l’equipaggio attiva la sequenza di rendezvous rapido. A differenza dei vecchi profili di volo che richiedevano due giorni di inseguimento, la Soyuz TMA-16M deve eseguire una coreografia serrata di quattro orbite per raggiungere la ISS in sole sei ore. Kelly e Kornienko monitorano i sistemi di navigazione automatica Kurs, pronti a intervenire manualmente in caso di anomalie nei radar di avvicinamento. Ogni accensione correttiva deve essere perfetta. La Stazione appare come una stella luminosa che cresce rapidamente nei periscopi. Le procedure di docking sono frenetiche: allineamento, controllo della velocità relativa (pochi centimetri al secondo), cattura. Quando la sonda della Soyuz ingaggia il cono del modulo Poisk, il "soft capture" è confermato. I ganci si serrano. Solo ora, con la pressurizzazione del vestibolo, inizia davvero l’anno più lungo della loro vita.
La missione conclusasi quasi un anno dopo ha fornito alla comunità scientifica un set di dati biomedici senza precedenti, noto come "NASA Twins Study". La peculiarità dell’esperimento risiedeva nella possibilità di confrontare i parametri fisiologici e genetici di Scott Kelly con quelli del suo gemello omozigote, Mark Kelly, rimasto a Terra come soggetto di controllo perfetto. I risultati, pubblicati dopo mesi di analisi incrociate tra diversi laboratori universitari, hanno smentito alcune ipotesi catastrofiche ma sollevato nuovi interrogativi sulla plasticità del corpo umano nello spazio profondo.
Uno dei risultati più sorprendenti e controintuitivi ha riguardato i telomeri, le parti terminali dei cromosomi che tipicamente si accorciano con l’invecchiamento e lo stress. Contrariamente alle previsioni che ipotizzavano un’accelerazione del degrado cellulare causato dalle radiazioni, i telomeri di Scott Kelly si sono allungati significativamente durante i 340 giorni di permanenza in orbita. Tuttavia, questo "ringiovanimento" apparente si è rivelato effimero: al rientro sulla Terra, i telomeri hanno subito un accorciamento rapido e drastico, stabilizzandosi infine su una lunghezza media inferiore a quella pre-volo, suggerendo un costo biologico del riadattamento alla gravità.
Parallelamente, l’analisi dell’espressione genica ha mostrato che il sistema immunitario di Kelly è entrato in uno stato di "allerta elevata" quasi permanente. Circa il 7% dei suoi geni ha mostrato alterazioni nell’espressione che non sono rientrate ai livelli basali nemmeno sei mesi dopo l’atterraggio, indicando che lo stress del volo spaziale (ipossia, infiammazione, shift dei fluidi) può indurre cambiamenti molecolari a lungo termine. Anche le performance cognitive sono state misurate con rigore: mentre in orbita la lucidità mentale di Kelly è rimasta alta, dopo il rientro è stato registrato un calo marcato nella velocità e nell’accuratezza dei test cognitivi, un fenomeno che i ricercatori attribuiscono alla ri-esposizione alla gravità e allo stress del rientro. Questi dati sono oggi la base fondamentale su cui NASA e le agenzie partner stanno progettando le contromisure mediche per le future missioni verso Marte, dove non ci sarà possibilità di un rapido ritorno a casa.