La telemetria indica che le traiettorie stanno convergendo sopra l'Oceano Atlantico. Nella cabina di pilotaggio della navetta statunitense Apollo, il comandante Thomas Stafford mantiene lo sguardo fisso sulla strumentazione ottica, allineando la sagoma della controparte sovietica Soyuz. Nei giorni precedenti, il lancio del razzo Saturn IB da Cape Canaveral e quello del vettore Soyuz da Baikonur hanno dato il via a questa complessa sequenza di rendezvous orbitale. Ora, a una quota di 229 chilometri, i due veicoli spaziali si trovano a pochissimi metri di distanza, pronti a compiere una manovra senza precedenti nella storia dell'esplorazione dello spazio.
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Il silenzio radio è assoluto nella sala di controllo del Johns Hopkins Applied Physics Laboratory a Laurel, nel Maryland. È la mattina del 14 luglio 2015 e la sonda spaziale New Horizons della NASA sta affrontando la fase più critica del suo lungo viaggio nel sistema solare esterno. I tecnici e gli ingegneri del controllo missione monitorano schermi che non mostrano telemetria in tempo reale. L'esploratore automatico è infatti programmato per rimanere in totale silenzio radio, orientando la propria struttura per puntare alternativamente i sette strumenti scientifici di bordo verso il pianeta nano Plutone e il suo grande satellite Caronte. In questa precisa finestra operativa, ogni trasmissione verso le antenne terrestri è deliberatamente sospesa per dedicare ogni frazione di secondo e ogni risorsa di calcolo alla raccolta dei dati sensibili. La sonda opera in completa autonomia, eseguendo una sequenza di comandi rigida, memorizzata mesi prima, senza possibilità di intervento correttivo da parte del team a terra, a causa di un ritardo di comunicazione bidirezionale che supera le quattro ore e mezza.
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È il 13 luglio 1995. Nelle sale del Jet Propulsion Laboratory della NASA, la telemetria proveniente dallo spazio profondo descrive una calma apparente, ma l'attenzione dei tecnici è massima. La sonda Galileo si trova a circa ottanta milioni di chilometri da Giove, il gigante gassoso verso cui viaggia da sei anni, dopo essere stata rilasciata dalla stiva dello Shuttle Atlantis. Oggi si compie una manovra irreversibile, pianificata da oltre un decennio: il distacco della sonda atmosferica, un modulo di discesa pesante circa trecentoquaranta chilogrammi, progettato per tuffarsi direttamente nell'ignoto dell'atmosfera gioviana.
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Il silenzio della steppa kazaka viene interrotto dal rombo profondo dei propulsori del pesante vettore Proton-K. Sulla rampa di lancio del Cosmodromo di Baikonur, il lanciatore a tre stadi è pronto a portare in orbita il modulo di servizio DOS-ottantotto, denominato Zvezda. Sono le ore quattro e cinquantasei minuti in tempo coordinato universale del 12 luglio 2000 quando i motori del primo stadio si accendono, liberando una colonna di fumo denso e fiamme che solleva la struttura d'acciaio da terra. La telemetria scorre in tempo reale sui monitor del centro di controllo russo a Korolev, dove ingegneri e specialisti seguono ogni secondo di questa complessa ascesa orbitale.
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La stazione spaziale americana Skylab è ormai prossima alla fine del suo viaggio orbitale. Nei centri di controllo della NASA, in particolare al Johnson Space Center di Houston, l'attività dei tecnici è incessante e febbrile. Gli ingegneri e i direttori di volo monitorano con attenzione millimetrica la telemetria che giunge dalle stazioni della rete di tracciamento terrestre, comprese quelle situate sull'isola di Ascension, a Bermuda e a Madrid. L'orbita del grande avamposto scientifico si sta deteriorando molto più rapidamente del previsto a causa di un'attività solare insolitamente intensa, che ha riscaldato ed espanso gli strati più esterni dell'atmosfera terrestre, incrementando l'attrito sul veicolo e accelerandone il destino.
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