È la mattina del 9 aprile 1994 al Kennedy Space Center in Florida, e sulla rampa 39A le operazioni di conto alla rovescia per la missione STS-59 sono entrate nella fase terminale. A bordo della navetta Endeavour, i sei membri dell’equipaggio monitorano i pannelli di controllo mentre il computer di bordo gestisce la sequenza automatizzata di lancio. L'obiettivo odierno non è il dispiegamento di un satellite o un attracco a una stazione orbitale, ma la trasformazione dello Shuttle in una complessa piattaforma scientifica autonoma dedicata allo studio della Terra. Alle 11:05 UTC, i tre motori principali si accendono, seguiti pochi secondi dopo dai due booster a propellente solido: l’Endeavour si solleva lasciandosi dietro una colonna di fumo esausto, iniziando la sua ascesa verso l'orbita bassa.
La tensione in sala controllo a Houston rimane alta anche dopo lo spegnimento dei motori principali (MECO) e il distacco del serbatoio esterno. La traiettoria di inserimento è peculiare e critica: il comandante Sidney Gutierrez deve pilotare la navetta verso un'inclinazione orbitale di 57 gradi, molto più elevata rispetto alle missioni standard equatoriali. Questa specifica geometria è fondamentale per garantire che gli strumenti nella stiva possano sorvolare e mappare la maggior parte delle terre emerse, dalle foreste tropicali fino ai confini delle calotte polari. Una volta stabilizzata l'orbita e completati i check dei sistemi vitali, inizia la fase operativa più delicata di questa prima giornata: l'apertura dei portelloni della stiva di carico.
Non appena le due valve si aprono nel vuoto spaziale, viene esposta la struttura massiccia dello Space Radar Lab 1 (SRL-1). L'equipaggio non deve lanciare nulla; la missione prevede che il carico resti ancorato alla navetta. Gli specialisti di missione attivano i circuiti di riscaldamento e i processori dei dati: al centro della stiva domina l'enorme antenna piatta pieghevole, lunga 12 metri, che costituisce il cuore del sistema. I controllori di volo verificano il flusso di telemetria proveniente dai tre diversi sensori radar; la conferma dell'accensione nominale segna l'inizio immediato di una campagna di mappatura frenetica. Da questo momento, l'equipaggio lavorerà su turni di 12 ore per garantire osservazioni 24 ore su 24, sfruttando la capacità del radar di "vedere" la superficie terrestre indipendentemente dall'illuminazione solare o dalla copertura nuvolosa.
L’eredità scientifica della missione STS-59 e del laboratorio SRL-1 risiede nella dimostrazione definitiva della potenza del radar ad apertura sintetica (SAR) multifrequenza per le geoscienze. Fino a quel momento, i radar civili nello spazio operavano generalmente su una singola frequenza; lo Space Radar Lab ha invece integrato il sistema SIR-C (sviluppato dalla NASA) e il sistema X-SAR (frutto della collaborazione tra l'agenzia tedesca DLR e l'Agenzia Spaziale Italiana). Questa configurazione ha permesso di "illuminare" la Terra simultaneamente in tre bande di frequenza diverse: L, C e X. I risultati ottenuti dall'analisi dei dati raccolti hanno validato modelli teorici fondamentali sull'interazione tra microonde e materia, dimostrando che diverse lunghezze d'onda possono sondare diverse caratteristiche fisiche dello stesso bersaglio.
Le analisi post-missione hanno evidenziato come la banda L, a lunghezza d'onda maggiore, sia riuscita a penetrare la copertura vegetale densa, permettendo agli scienziati di calcolare la biomassa delle foreste misurando direttamente il volume dei tronchi e dei rami principali, un parametro cruciale per gli studi sul ciclo del carbonio. Parallelamente, le bande C e X, a lunghezza d'onda più corta, hanno fornito dettagli finissimi sulla rugosità della superficie e sulla chioma degli alberi. Un risultato geologico di rilievo, confermato da pubblicazioni su riviste specializzate come Science e IEEE Transactions on Geoscience and Remote Sensing, è stata la mappatura di antichi canali fluviali sepolti sotto le sabbie del deserto del Sahara. Le onde radar, penetrando lo strato superficiale di sabbia asciutta, hanno rivelato "paleodrenaggi" invisibili ai sensori ottici tradizionali, offrendo nuove prospettive sulla storia climatica del Nord Africa.
Inoltre, i dati interferometrici sperimentali raccolti durante la missione (e perfezionati nella successiva SRL-2) hanno gettato le basi per la moderna topografia satellitare, dimostrando la possibilità di generare modelli digitali di elevazione (DEM) con precisione metrica. La missione ha anche monitorato in tempo reale disastri naturali, fornendo immagini dettagliate delle inondazioni nel Midwest americano e delle colate di fango sul vulcano Pinatubo, dimostrando l'operatività "ognitempo" del SAR. La cooperazione internazionale e la complessità dei dati gestiti da STS-59 hanno costituito il banco di prova tecnologico e metodologico per le successive generazioni di satelliti sentinella, come la costellazione europea Copernicus e i satelliti COSMO-SkyMed.