È l’8 marzo 1986, una giornata che segna il culmine operativo per la giovane astronautica giapponese. Presso il centro di controllo dell’ISAS (Institute of Space and Astronautical Science), l’atmosfera è carica di una tensione composta, tipica delle grandi manovre orbitali. La sonda Suisei, lanciata l’anno precedente come parte della missione Planet-A, si sta avvicinando inesorabilmente al suo obiettivo: la Cometa di Halley. Dopo il passaggio della gemella Sakigake avvenuto pochi giorni fa a grande distanza, tocca ora a Suisei osare di più, penetrando nelle regioni più interne dell’interazione solare-cometaria. I monitor della stazione di terra di Usuda, con la sua imponente antenna parabolica da 64 metri, mostrano una telemetria stabile mentre il veicolo spaziale danza nel vuoto a una velocità relativa impressionante rispetto al nucleo della cometa.
Non ci sono joystick a guidare la sonda in tempo reale; la distanza impone un ritardo nelle comunicazioni che rende ogni comando immediato inutile. Tutto si basa su sequenze pre-programmate e sulla stabilità intrinseca del veicolo. Suisei è stabilizzata per rotazione, girando su se stessa per mantenere l'assetto, una trottola tecnologica che deve puntare con estrema precisione il suo strumento principale: la camera ultravioletta UVI. Gli ingegneri verificano costantemente l’angolo di spin, fondamentale non solo per la comunicazione con la Terra ma per permettere al sensore CCD di scansionare correttamente la gigantesca nube di idrogeno che avvolge la cometa. Alle ore 13:06 UTC, la telemetria conferma che il punto di massimo avvicinamento è stato raggiunto: la sonda transita a 151.000 km dal nucleo cometario. Non è un passaggio radente suicida come quello che tenterà la sonda europea Giotto tra pochi giorni, ma è una distanza tattica, calcolata per osservare la "respirazione" della cometa senza subire danni catastrofici dalla polvere interplanetaria.
Nelle ore successive al flyby, la priorità operativa si sposta immediatamente sulla gestione del buffer di memoria. La sonda non può trasmettere tutto istantaneamente; i dati raccolti durante il transito vengono immagazzinati a bordo e poi scaricati con pazienza verso la Terra. I tecnici monitorano il flusso di bit, cercando la conferma che le immagini nell'ultravioletto siano state catturate correttamente. Ogni pacchetto dati ricevuto è un sospiro di sollievo: i sensori confermano che il meccanismo di scansione, sincronizzato con la rotazione della sonda, ha funzionato. La "camera oscura" spaziale ha registrato la luce invisibile dell'idrogeno neutro. Mentre la sonda si allontana, iniziando la lunga fase di crociera che la porterà in orbita eliocentrica, a terra inizia la decodifica grezza dei segnali. Non ci sono ancora immagini patinate da mostrare al pubblico, ma le curve di intensità luminosa sui monitor indicano chiaramente che la chioma della cometa è un ambiente dinamico e turbolento, e che la missione giapponese ha appena catturato l'intimità di questo gigante di ghiaccio e polvere.
L’analisi a posteriori dei dati raccolti da Suisei ha fornito alla comunità scientifica internazionale uno dei contributi più dibattuti e significativi dell'intera campagna esplorativa dedicata alla Cometa di Halley. Sebbene le immagini ravvicinate del nucleo scattate dalla sonda Giotto abbiano catturato l'immaginario pubblico, le osservazioni nell'ultravioletto effettuate dalla sonda giapponese hanno svelato la fisiologia invisibile della cometa. L'obiettivo primario della missione era mappare la distribuzione dell'idrogeno intorno alla cometa, e i risultati hanno superato le aspettative, mostrando una nube di idrogeno (la corona) che si estendeva per milioni di chilometri, pulsando ritmicamente. Questa pulsazione non era casuale: le osservazioni hanno permesso di rilevare variazioni periodiche nella luminosità della chioma, suggerendo che l'attività di degassamento del nucleo non fosse continua, ma legata a specifiche "sorgenti" attive che si accendevano e spegnevano con la rotazione del corpo celeste.
Proprio sulla rotazione del nucleo, i dati di Suisei hanno innescato una vivace controversia scientifica. Analizzando la periodicità dei "puff" (sbuffi) di idrogeno e vapore acqueo, il team scientifico giapponese ha calcolato un periodo di rotazione di circa 2,2 giorni. Questo dato si scontrava apparentemente con le rilevazioni di altre sonde e osservatori terrestri, che suggerivano una rotazione più lenta, vicina ai sette giorni. Anni di studi successivi e modelli dinamici complessi hanno poi chiarito che entrambe le misure avevano fondamento: la Cometa di Halley non ruota come una trottola semplice, ma si trova in uno stato di rotazione eccitata, con una complessa nutazione. Suisei aveva correttamente identificato la rotazione attorno all'asse maggiore d'inerzia, fornendo un tassello fondamentale per comprendere la complessa dinamica fisica dei corpi minori irregolari.
Oltre alle immagini nell'ultravioletto, la strumentazione dedicata al plasma ha permesso di studiare l'interazione tra il vento solare e la ionosfera cometaria. La sonda ha attraversato e misurato il "bow shock" (l'onda d'urto) generato dall'incontro tra le particelle solari supersoniche e il gas emesso dalla cometa, confermando le teorie magnetoidrodinamiche dell'epoca. È stato osservato il fenomeno degli ioni "pick-up", ovvero ioni di acqua e altri composti cometari che vengono catturati e accelerati dal campo magnetico trasportato dal vento solare. L'eredità di Suisei va oltre i dati sulla cometa: ha dimostrato la capacità del Giappone di condurre navigazione interplanetaria di precisione, ponendo le basi tecnologiche e operative per le future missioni di esplorazione profonda, come Hayabusa, che avrebbero poi riscritto la storia del campionamento di asteroidi.