È l’8 aprile 2010. Nel cosmodromo di Baikonur, in Kazakistan, il silenzio della steppa è rotto solo dalle procedure finali di conteggio. Non c’è una rampa di lancio visibile all’orizzonte: il vettore Dnepr, un missile balistico intercontinentale riconvertito, attende all’interno di un silo sotterraneo, eredità della Guerra Fredda prestata alla scienza civile. Il carico utile è CryoSat-2, una missione fondamentale per l’Agenzia Spaziale Europea (ESA), carica di un peso che va oltre i suoi 700 chilogrammi circa: deve riscattare il fallimento del suo predecessore, andato distrutto cinque anni prima a causa di un’anomalia al sistema di separazione.
Alle ore 13:57 UTC, una carica di espulsione a polvere nera spara il razzo fuori dal silo come un proiettile di mortaio. Solo quando il vettore è sospeso a mezz’aria, i motori del primo stadio si accendono con un boato, spingendo il veicolo verso il cielo grigio. Nella sala di controllo dell’ESOC a Darmstadt, in Germania, l’atmosfera è tesa, dominata da un silenzio operativo rotto solo dalle chiamate del direttore di volo. Gli ingegneri scrutano i monitor della telemetria: ogni fase è critica, ma l’attenzione di tutti è focalizzata sul secondo stadio. È lì che, nel 2005, la mancata separazione dell’ogiva condannò la prima missione.
I minuti scorrono lenti. Il primo stadio si separa regolarmente. Poi arriva la chiamata attesa: l’ogiva protettiva si è sganciata. Un sospiro di sollievo collettivo attraversa la sala, ma il lavoro non è finito. Il terzo stadio deve completare l’inserimento in orbita polare, a un’altitudine media di 717 chilometri. Dopo circa 16 minuti dal decollo, la stazione di terra di Malindi, in Kenya, riceve il segnale: il satellite è vivo, in orbita e nominale. Iniziano immediatamente le sequenze automatiche per il dispiegamento dei pannelli solari e l’attivazione dei sistemi termici. Nei giorni successivi, il team di controllo avvia la delicata fase di LEOP (Launch and Early Orbit Phase), calibrando i giroscopi e preparando l'accensione dello strumento primario SIRAL. La "missione di ghiaccio" dell'ESA è finalmente operativa, pronta a trasformare gli echi radar in mappe tridimensionali dei poli terrestri.
Superata la fase critica del lancio e completata la lunga campagna di calibrazione, CryoSat-2 ha ridefinito la nostra comprensione della criosfera terrestre, operando ben oltre la durata nominale prevista. Il cuore tecnologico della missione, l’altimetro radar interferometrico SIRAL, ha permesso di superare il limite delle precedenti osservazioni satellitari, che si limitavano a misurare l’estensione bidimensionale dei ghiacci. Grazie alla doppia antenna radar, il satellite è riuscito a misurare con precisione centimetrica lo spessore del ghiaccio marino e l’elevazione delle calotte continentali, fornendo per la prima volta una stima accurata del volume totale, un parametro molto più significativo della semplice superficie per comprendere il bilancio energetico del pianeta.
I risultati scientifici, confermati da studi comparativi con misurazioni aeree e in situ, hanno mostrato una realtà complessa e dinamica. Le analisi dei dati raccolti nel primo triennio di attività hanno rivelato che il volume del ghiaccio marino artico in autunno era diminuito in modo significativo rispetto alle medie dei decenni precedenti, confermando i modelli climatici più pessimistici riguardo al riscaldamento delle latitudini settentrionali. Ancora più rilevanti sono stati i dati riguardanti l’Antartide e la Groenlandia: CryoSat-2 ha identificato con estrema precisione le aree di assottigliamento rapido, in particolare lungo i margini costieri dove i ghiacciai di sbocco scivolano verso l’oceano.
Un contributo fondamentale della missione è stato la capacità di mappare il fondale oceanico in aree inesplorate sfruttando le anomalie gravitazionali riflesse sulla superficie del mare, ma il dato climatico resta l'eredità principale. Le osservazioni hanno permesso di quantificare il contributo dello scioglimento dei ghiacci polari all’innalzamento del livello medio dei mari, fornendo cifre robuste per i rapporti dell’IPCC. La missione ha dimostrato che la perdita di massa non è uniforme, ma concentrata in specifici bacini di drenaggio glaciale, una scoperta che ha obbligato i glaciologi a rivedere i modelli di dinamica dei flussi glaciali. La longevità operativa del satellite ha infine garantito una serie storica di dati ininterrotta, essenziale per distinguere tra variabilità stagionale naturale e trend di decadimento a lungo termine.