È l’alba sulla costa californiana, ma la base aerea di Vandenberg è avvolta da una densa coltre di nebbia marina che riduce la visibilità quasi a zero. Allo Space Launch Complex 3E, il vettore Atlas V 401 è pronto sulla rampa, invisibile agli occhi degli spettatori ma costantemente monitorato dai flussi di telemetria che scorrono sui monitor del controllo missione. È il 5 maggio 2018 e la NASA sta per tentare una manovra inedita: lanciare per la prima volta una missione interplanetaria dalla costa occidentale degli Stati Uniti. Il carico utile è il lander InSight, destinato non a vagabondare sulla superficie marziana, ma a guardarne l'interno, accompagnato da due nano-satelliti sperimentali chiamati MarCO.

Il countdown procede senza intoppi tecnici, scandito dalle chiamate del direttore di lancio che conferma lo stato "go" per tutti i sistemi critici, dall'avionica alla propulsione. Alle 04:05 locali, il motore russo RD-180 del primo stadio si accende. Il rombo sordo scuote il sito di lancio, ma la nebbia nasconde l'ascesa; solo il bagliore arancione diffuso illumina per pochi istanti il grigio del cielo prima che il razzo scompaia definitivamente alla vista. La cronaca si sposta interamente sui dati: la chiamata "liftoff" è seguita immediatamente dalla conferma di una spinta nominale. Il razzo deve eseguire una manovra complessa, dirigendosi verso sud sopra l'Oceano Pacifico per inserirsi in un'orbita di parcheggio polare, una traiettoria inusuale per chi punta a Marte, resa possibile dalla potenza esuberante dell'Atlas rispetto alla massa contenuta del lander.

Superata la fase di massima pressione dinamica, il primo stadio si spegne e si separa. Ora tocca allo stadio superiore Centaur, che si accende una prima volta per stabilizzare l'orbita. Il silenzio operativo dura circa un'ora e mezza, il tempo necessario per attraversare l'arco orbitale che porta il veicolo nella posizione corretta per l'iniezione trans-marziana. La seconda accensione del Centaur è perfetta: l'accelerazione impressa strappa InSight dalla gravità terrestre, immettendolo su una rotta balistica di 485 milioni di chilometri. Pochi minuti dopo avviene la separazione del lander, seguita dal rilascio dei due CubeSat MarCO. La sala di controllo attende con tensione l'acquisizione del segnale: quando la portante viene agganciata dalle antenne del Deep Space Network, l'applauso è contenuto ma liberatorio. I pannelli solari sono aperti, i sistemi vitali sono attivi e la crociera verso la Elysium Planitia è ufficialmente iniziata.

Con la conclusione operativa della missione, avvenuta quattro anni dopo il lancio a causa dell'accumulo di polvere sui pannelli solari, l'eredità scientifica lasciata da InSight ha riscritto i libri di geofisica planetaria. Prima di questo atterraggio, l'interno di Marte era modellato solo su ipotesi teoriche derivate dalla gravità e dalla topografia; oggi possediamo una radiografia dettagliata del pianeta. Il sismometro SEIS, strumento principe della missione, ha rilevato 1319 terremoti marziani, confermando che il Pianeta Rosso non è un corpo geologicamente morto ma possiede ancora una dinamica tettonica attiva, concentrata in particolare nella regione di Cerberus Fossae. Questi dati sismici sono stati utilizzati come un sonar naturale: analizzando come le onde rimbalzavano attraverso gli strati interni, gli scienziati hanno potuto mappare per la prima volta lo spessore della crosta, la struttura del mantello e le dimensioni del nucleo.

Uno dei risultati più sorprendenti riguarda proprio il nucleo marziano. L’analisi delle oscillazioni nella rotazione del pianeta, misurate dallo strumento radiometrico RISE, incrociate con i dati sismici, ha confermato che il cuore di Marte è liquido. Le misurazioni indicano un raggio del nucleo di circa 1830 chilometri, un valore superiore alle stime precedenti, il che implica una densità inferiore e la presenza abbondante di elementi leggeri come zolfo, ossigeno e carbonio mescolati al ferro fuso. Questa composizione aiuta a spiegare perché il pianeta abbia perso il suo campo magnetico globale miliardi di anni fa.

Non tutte le operazioni hanno seguito il piano originale, ma anche gli imprevisti hanno generato conoscenza. La sonda termica HP3, soprannominata "la talpa", non è riuscita a raggiungere la profondità prevista di alcuni metri a causa di un terreno inaspettatamente coeso, simile a cemento, che non forniva l'attrito necessario per la perforazione a percussione. Tuttavia, i disperati tentativi di far penetrare lo strumento, durati quasi due anni e coadiuvati dal braccio robotico, hanno fornito dati meccanici senza precedenti sulla "duricrust" marziana, rivelando un suolo molto più complesso e variabile di quanto le sabbie superficiali lasciassero intuire. Inoltre, la stazione meteorologica di bordo ha fornito un monitoraggio continuo e locale, rilevando fenomeni atmosferici transitori come le onde di gravità atmosferiche e i passaggi dei diavoli di sabbia, completando il quadro di un pianeta vibrante, sismicamente attivo e geologicamente diversificato.