È il 29 gennaio 1989. Nel Centro di Controllo Missione (TsUP) di Kaliningrad, nei pressi di Mosca, l’atmosfera è satura di una tensione tecnica palpabile, quasi solida. Per gli ingegneri sovietici e i partner internazionali dell’Agenzia Spaziale Europea e della NASA, questa non è una domenica qualunque: è l’ultima possibilità di salvare un programma ambizioso, già ferito a morte pochi mesi fa. La sonda Phobos 2, partita dalla Terra il luglio precedente, sta approcciando il Pianeta Rosso per la manovra più critica della sua esistenza operativa: l’inserzione in orbita marziana. Il fallimento della gemella Phobos 1, persa nel vuoto interplanetario a settembre a causa di un singolo comando errato inviato da terra, pesa come un macigno sulle procedure odierne. Non c’è margine per l’errore; il computer di bordo deve eseguire la sequenza di frenata in totale autonomia, poiché il ritardo del segnale radio rende impossibile un pilotaggio diretto.
I monitor della telemetria mostrano i dati con un ritardo luce di circa 11 minuti. Alle ore 12:55 UTC (15:55 ora di Mosca), i controllori attendono la conferma dell’accensione del sistema di propulsione principale. La sonda deve orientarsi correttamente, rivolgendo l’ugello del motore contro la direzione di marcia per ridurre la velocità relativa rispetto a Marte. Se il motore non si accende, Phobos 2 sfilerà via, perdendosi nello spazio profondo; se si spegne troppo tardi, l’impatto atmosferico sarà distruttivo. Gli operatori scrutano le variazioni nello shift Doppler del segnale portante: un cambiamento repentino nella frequenza ricevuta è l’unica prova fisica immediata che la decelerazione sta avvenendo.
Il segnale conferma l’accensione. Il motore lavora nominalmente, consumando propellente per rallentare il veicolo di quanto basta per farsi catturare dalla gravità marziana. Dopo una combustione precisa, il sistema si spegne. I dati di navigazione che scorrono sui terminali confermano il successo: Phobos 2 è stata catturata. Non è ancora l’orbita finale, ma un’orbita di parcheggio ellittica provvisoria, con un periodo di rivoluzione di circa 3 giorni. Nelle ore e nei giorni immediatamente successivi al 29 gennaio 1989, il team di terra lavora freneticamente per analizzare i parametri orbitali e preparare le successive manovre di circolarizzazione. La sonda risponde ai comandi, dispiega correttamente i pannelli solari e le antenne ad alto guadagno, stabilizzando l’assetto triassiale. La fase di crociera è terminata; inizia ora una complessa danza orbitale per sincronizzare il veicolo con la luna Phobos, l’obiettivo primario che dà il nome alla missione, in vista di un incontro ravvicinato che promette di svelare i segreti di questo satellite irregolare.
Sebbene la missione si sia interrotta bruscamente nel marzo successivo a causa di un guasto al computer di bordo, poche settimane prima del rilascio previsto dei lander, i risultati scientifici ottenuti da Phobos 2 a partire dal suo arrivo in orbita rappresentano un capitolo fondamentale nell’esplorazione planetaria. La fase operativa attorno a Marte, pur breve, ha permesso di colmare un vuoto di dati che durava dalle missioni Viking della metà degli anni Settanta, fornendo una caratterizzazione moderna dell’ambiente marziano con strumentazione aggiornata.
Uno dei contributi più rilevanti è arrivato dallo strumento Termoskan, un radiometro a infrarossi che ha acquisito immagini termiche del satellite Phobos e della superficie di Marte con una risoluzione spaziale e temporale senza precedenti per l’epoca. Le scansioni hanno rivelato dettagli sorprendenti sulle proprietà regolitiche della luna marziana, evidenziando variazioni di inerzia termica che suggerivano una superficie coperta da uno strato di polvere finissima, estremamente isolante. Queste mappe termiche sono rimaste per anni il riferimento principale per comprendere la composizione fisica di Phobos, indicando una struttura interna probabilmente porosa e a bassa densità, compatibile con l'ipotesi di un asteroide catturato.
Sul fronte dell’fisica del plasma, la strumentazione dedicata allo studio del vento solare ha fornito prove cruciali sui meccanismi di "fuga atmosferica" di Marte. I sensori hanno rilevato ioni di ossigeno che sfuggivano dall’alta atmosfera del pianeta, trascinati via dall’interazione con il vento solare. Questo processo, misurato in situ, ha confermato le teorie secondo cui il pianeta sta lentamente perdendo i suoi volatili nello spazio a causa della mancanza di un forte campo magnetico intrinseco globale che lo protegga, un dato chiave per ricostruire la storia climatica dell’acqua su Marte. Inoltre, le 37 immagini trasmesse a terra prima del silenzio radio hanno permesso di perfezionare i modelli di forma del satellite e la sua astrometria, dati essenziali che hanno guidato la pianificazione delle missioni future, incluse le successive, seppur sfortunate, missioni russe e le sonde orbitali della NASA degli anni Novanta.