Siamo sulla rampa di lancio numero 1 del complesso privato di Mahia Peninsula, in Nuova Zelanda. È il 21 gennaio 2018, le condizioni meteo appaiono finalmente favorevoli dopo giorni di rinvii dovuti a forti venti in quota. Sulla piattaforma si erge l’Electron, il vettore leggero sviluppato dalla compagnia americano-neozelandese Rocket Lab, pronto per la missione denominata ironicamente “Still Testing”. L’atmosfera nel centro di controllo è di palpabile tensione tecnica: il volo inaugurale dell’anno precedente non ha raggiunto l’orbita a causa di un errore nella telemetria, e oggi la posta in gioco è la validazione definitiva del sistema. Alle 01:43 UTC, il countdown raggiunge lo zero. Non c’è la fiammata immediata delle turbopompe a gas tipica dei razzi convenzionali; qui, per frazioni di secondo, si sente il sibilo acuto delle pompe elettriche che vanno a regime prima dell’accensione. I nove motori Rutherford del primo stadio si accendono all’unisono, sollevando il razzo in un cielo estivo australe limpido.

La salita procede nominale. Il responsabile della dinamica di volo chiama il superamento del “Max Q”, il punto di massima pressione aerodinamica, senza che la struttura in composito di carbonio mostri segni di cedimento. Due minuti e trenta secondi dopo il decollo, avviene lo spegnimento dei motori principali e la separazione del primo stadio. Ora inizia la fase più critica e sperimentale: l’accensione del singolo motore Rutherford da vuoto del secondo stadio. La telemetria scorre fluida sugli schermi, ma l’attenzione è focalizzata su una procedura unica nel panorama astronautico: l’“hot swap” delle batterie. Poiché le turbopompe sono alimentate elettricamente, il pacco batterie esaurito diventa zavorra inutile. Con una manovra automatizzata perfettamente eseguita, il computer di bordo sgancia le batterie esauste per alleggerire il veicolo e commuta istantaneamente l’alimentazione su quelle cariche. Il motore continua a spingere senza esitazioni. Pochi minuti dopo, la sala controllo esplode in un applauso liberatorio: l’Electron ha raggiunto l’orbita ed effettuato il rilascio del carico utile.

La missione “Still Testing” ha segnato un punto di svolta tecnologico e scientifico nell’ingegneria aerospaziale, dimostrando per la prima volta la fattibilità operativa del ciclo di propulsione a pompa elettrica. I risultati post-volo hanno confermato che i motori Rutherford, i cui componenti principali sono interamente stampati in 3D, hanno operato con un’efficienza paragonabile ai cicli a generatore di gas, ma con una complessità meccanica drasticamente ridotta. L’analisi dei dati ha validato l’uso di batterie ai polimeri di litio ad alto scarico in un ambiente di vuoto spinto e sotto forti vibrazioni, una scommessa ingegneristica che molti analisti ritenevano rischiosa. Oltre alla qualifica del vettore, la missione ha prodotto risultati scientifici diretti grazie ai satelliti immessi in un’orbita di circa 500 chilometri.

I CubeSat della costellazione Lemur-2 (di Spire Global) hanno iniziato immediatamente a trasmettere dati per la tecnica di occultazione radio GPS, fornendo profili verticali di temperatura, pressione e umidità dell’atmosfera terrestre essenziali per i modelli meteorologici globali, oltre a dati per il tracciamento marittimo AIS. Anche il satellite Dove Pioneer (di Planet Labs) ha completato con successo la fase di commissioning, contribuendo alla rete di osservazione terrestre ad alta frequenza. Infine, la missione ha rilasciato la “Humanity Star”, una sfera geodetica in fibra di carbonio progettata per riflettere la luce solare; sebbene la sua natura fosse principalmente simbolica, il suo rapido decadimento orbitale ha fornito dati empirici aggiuntivi sulla densità atmosferica termosferica in quel periodo specifico del ciclo solare. L’eredità di questo lancio risiede nella dimostrazione che l’accesso allo spazio per carichi scientifici dedicati può essere flessibile e frequente, inaugurando di fatto l’era moderna dei lanciatori leggeri.