È il 20 gennaio 2014. Presso l’ESOC, il Centro Operativo dell’Agenzia Spaziale Europea a Darmstadt, l’atmosfera è saturata da un’attesa tecnica che non concede spazio a celebrazioni premature. I monitor della Main Control Room mostrano flussi di dati simulati e schermate di stato in attesa di aggiornamento, mentre gli ingegneri di volo scrutano gli analizzatori di spettro collegati alla rete del Deep Space Network. La sonda Rosetta, lanciata nel 2004, è immersa in un letargo programmato da 31 mesi, una fase di ibernazione necessaria per sopravvivere al freddo estremo dello spazio profondo, ben oltre l’orbita di Giove, dove l’energia solare disponibile era insufficiente per mantenere attivi tutti i sottosistemi. Oggi è il giorno in cui il computer di bordo ha l’ordine tassativo di svegliarsi.
Nessun comando può essere inviato da Terra per forzare la procedura: la distanza di oltre 800 milioni di chilometri impone un ritardo nelle comunicazioni di circa 45 minuti per tratta. La sequenza è interamente automatizzata e affidata a un "orologio sveglia" impostato anni prima. Alle 10:00 UTC, nel silenzio del cosmo, la logica di bordo riattiva le unità di riscaldamento per scongelare i tubi di propulsione e i sensori stellari. Per ore, a Darmstadt non si riceve nulla. La telemetria è assente perché la sonda, per stabilizzarsi durante il lungo sonno, è stata posta in rotazione su se stessa; prima di poter comunicare, deve fermare la rotazione, accendere i propulsori di assetto, attendere che i giroscopi si stabilizzino e cercare il Sole con i sensori stellari per ricaricare le batterie. Solo dopo aver agganciato la nostra stella, Rosetta può ruotare l’antenna ad alto guadagno verso la Terra.
Le finestre di acquisizione del segnale si aprono e si chiudono. La tensione tra i banchi di controllo cresce con il passare dei minuti: un fallimento oggi significherebbe la perdita totale della missione. La stazione di terra della NASA a Goldstone, in California, scandaglia le frequenze in banda S e X alla ricerca di una portante. Alle 17:30 UTC la finestra critica è aperta, ma lo schermo resta piatto. Si attende il completamento delle procedure di puntamento fine. Finalmente, alle 18:18 UTC, un picco netto spezza la linea piatta dell'analizzatore di spettro. È il segnale portante. Pochi secondi dopo arriva la telemetria codificata: i sottosistemi sono nominali, il software ha ripreso il controllo. Il "Wake Up" è confermato. Nei giorni immediatamente successivi, il team di controllo inizia la lunga fase di commissioning, riaccendendo uno a uno gli strumenti scientifici e verificando lo stato del lander Philae, ancora ancorato al fianco della madre, preparandosi all'avvicinamento finale verso la cometa.
L’acquisizione del segnale del 20 gennaio 2014 ha segnato l’inizio della fase scientifica più prolifica mai condotta su un corpo minore del Sistema Solare, trasformando la nostra comprensione delle comete da oggetti celesti statici a laboratori geologici complessi. La missione Rosetta ha raggiunto il suo obiettivo primario, la cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko, rivelando fin dalle prime immagini una morfologia inaspettata: non una sfera irregolare, ma un binario a contatto, con due lobi distinti collegati da un "collo", frutto probabilmente di una collisione a bassa velocità avvenuta agli albori del Sistema Solare. Questa conformazione ha influenzato drasticamente le dinamiche di degassamento e l’illuminazione superficiale, complicando le operazioni orbitali ma offrendo una varietà geologica senza precedenti.
Uno dei risultati scientifici più dibattuti e rilevanti ottenuti dallo spettrometro di massa ROSINA riguarda l’origine dell’acqua sulla Terra. Le analisi isotopiche hanno rilevato che il vapore acqueo su 67P possiede un rapporto tra deuterio e idrogeno tre volte superiore a quello degli oceani terrestri. Questo dato ha costretto la comunità scientifica a rivedere i modelli prevalenti che attribuivano alle comete della famiglia di Giove l’apporto idrico principale sul nostro pianeta, spostando l'attenzione verso gli asteroidi o altri tipi di comete come serbatoi primordiali. Inoltre, la missione ha identificato una ricca chimica organica complessa sia nella chioma che sulla superficie (analizzata in situ dal lander Philae e successivamente dalla sonda stessa), trovando amminoacidi come la glicina e, per la prima volta in una cometa, fosforo volatile, elemento essenziale per la struttura del DNA e delle membrane cellulari.
La campagna di osservazione, proseguita fino all'impatto controllato del 2016, ha permesso di monitorare l'evoluzione dell'attività cometaria durante il passaggio al perielio. Gli strumenti hanno documentato la formazione di pozzi di sprofondamento attivi, simili a doline terrestri, da cui venivano espulsi getti di gas e polveri, dimostrando che l'attività non avviene solo per sublimazione superficiale ma anche attraverso processi interni più profondi. La missione ha confermato che le comete sono corpi porosi e poco densi, aggregati di polvere e ghiaccio che conservano intatta la materia della nebulosa solare primitiva, fornendo una "capsula del tempo" fondamentale per decodificare la chimica prebiotica che ha preceduto la vita.