È il 17 febbraio 1996, un sabato pomeriggio in Florida, e presso il complesso di lancio 17B di Cape Canaveral l’atmosfera è carica di un’attesa tecnica e rigorosa. Sulla rampa, il vettore Delta II 7925 attende il momento zero, avvolto dai vapori dell’ossigeno liquido che sfiata dalle valvole di sfiato. Non è un lancio qualunque: è l’inizio della missione NEAR (Near Earth Asteroid Rendezvous), la prima sonda del programma Discovery della NASA, progettata per fare ciò che nessuno ha mai tentato prima, ovvero orbitare attorno a un asteroide e studiarlo da vicino per un anno intero. Il conto alla rovescia procede senza intoppi tecnici significativi, scandito dalle voci del controllo missione che verificano i parametri di pressione dei serbatoi e lo stato dei sistemi di guida. Alle 20:43 UTC esatte, i motori si accendono.
Il bagliore improvviso illumina la rampa mentre il Delta II, spinto dal motore principale RS-27A e dai booster a propellente solido, si solleva lasciandosi alle spalle la torre di servizio. La telemetria indica una salita nominale. Nei primi minuti di volo, la tensione nella sala di controllo si sposta sulla performance dei booster: devono bruciare in modo sincrono e separarsi pulitamente per non compromettere l'assetto. Una volta superata la zona di massima pressione dinamica, il razzo prosegue la sua corsa verso l'alta atmosfera. La separazione del primo stadio avviene come previsto, seguita dall'accensione del secondo stadio che spinge il veicolo in un'orbita di parcheggio temporanea intorno alla Terra. È una fase critica ma transitoria: i controllori di volo monitorano costantemente i dati per assicurarsi che l'allineamento inerziale sia perfetto per la manovra successiva.
Dopo una breve fase di coasting, il terzo stadio a propellente solido, uno Star 48B, riceve l'impulso di accensione. È questo il momento decisivo che deve imprimere alla sonda la velocità necessaria per sfuggire alla gravità terrestre e immettersi nella traiettoria eliocentrica. La spinta è violenta e precisa. Al termine della combustione, le molle di separazione scattano e NEAR si stacca dall'ultimo stadio del razzo. Immediatamente, il computer di bordo prende il comando, avviando la sequenza automatica di stabilizzazione. I sensori solari cercano la luce, i giroscopi annullano la rotazione residua e, soprattutto, i pannelli solari si dispiegano e si bloccano in posizione. Dal centro operativo dell'Applied Physics Laboratory (APL) della Johns Hopkins University, che gestisce la missione, arriva la conferma tanto attesa: la sonda è viva, ha energia e sta comunicando. La fase di lancio è conclusa; inizia ora il lungo inseguimento che durerà anni attraverso il vuoto interplanetario.
La missione, in seguito rinominata NEAR Shoemaker in onore del geologo planetario Eugene Shoemaker, ha rappresentato uno spartiacque fondamentale nella comprensione dei corpi minori del Sistema Solare, trasformando gli asteroidi da punti luminosi nei telescopi a mondi geologici complessi. L’obiettivo primario, l’asteroide 433 Eros, è stato raggiunto e orbitato con successo nel 2000, dopo un primo tentativo fallito e una successiva manovra di recupero che ha dimostrato la resilienza del team di controllo. I risultati scientifici ottenuti durante l'anno di permanenza in orbita hanno smantellato molte delle ipotesi precedenti sulla struttura degli asteroidi "near-Earth".
Il dato più rilevante emerso dalle analisi gravimetriche e dalla tracciatura radio riguarda la densità del corpo celeste. Le misurazioni hanno restituito un valore medio di 2,67 grammi per centimetro cubo, un numero quasi identico a quello delle condriti ordinarie trovate sulla Terra. Questo ha permesso agli scienziati di stabilire che Eros non è un "mucchio di macerie" (rubble pile) tenuto insieme debolmente dalla gravità, come si temeva per altri oggetti simili, ma un corpo solido e consolidato, seppur pesantemente fratturato al suo interno. La mappatura completa della superficie ha rivelato un paesaggio alieno e inaspettato: non solo crateri da impatto, ma vaste distese di regolite fine e misteriosi "stagni" di polvere sedimentata, la cui formazione è stata attribuita a meccanismi di levitazione elettrostatica o scuotimento sismico post-impatto.
La missione ha inoltre fornito la prima mappa chimica dettagliata di un asteroide. Lo spettrometro a raggi X/gamma ha confermato che la composizione elementare di Eros è primitiva e indifferenziata, consolidando il legame tra questi asteroidi di tipo S e le meteoriti più comuni che cadono sul nostro pianeta. Un altro risultato cruciale è stata l'assenza di un campo magnetico rilevabile, un dato che aiuta a vincolare le teorie sulla formazione e l'evoluzione termica di questi corpi primordiali. L'eredità tecnica della missione è culminata in una manovra finale non prevista nei piani originali: una discesa controllata sulla superficie. La sonda è riuscita ad atterrare dolcemente, continuando a trasmettere dati composizionali ravvicinati per settimane, dimostrando che è possibile interagire fisicamente con oggetti a microgravità anche senza sistemi di atterraggio dedicati.