È la mattina del 13 febbraio 2012 al Centre Spatial Guyanais di Kourou, in Guyana Francese. Sul pad di lancio, precedentemente destinato ai vettori Ariane 1, svetta una nuova sagoma, più snella e compatta rispetto ai giganti che solitamente dominano questo spazioporto equatoriale. È il volo inaugurale VV01 del lanciatore Vega, il nuovo vettore leggero sviluppato dall’Agenzia Spaziale Europea con un ruolo guida dell’Agenzia Spaziale Italiana. L’atmosfera nella sala di controllo Jupiter è satura di tensione operativa: non si tratta di una missione di routine, ma di un volo di qualifica che deve dimostrare la validità di un’architettura propulsiva innovativa, basata su tre stadi a propellente solido e un modulo superiore a liquido.

Il countdown automatico procede senza interruzioni. Alle ore 10:00 UTC esatte, l’accensione del motore P80 rompe il silenzio della foresta amazzonica. A differenza dei razzi a propellente liquido, che si sollevano maestosi e lenti, Vega scatta dalla rampa con un’accelerazione brutale e immediata, tipica della propulsione solida. I monitor della telemetria tracciano la curva di ascesa nominale: pressione in camera di combustione e spinta sono conformi ai modelli. Dopo poco meno di due minuti, il primo stadio esaurisce il suo compito e si separa, lasciando il posto all’accensione dello Zefiro 23. La sequenza è serrata. Ogni separazione è un punto critico che viene chiamato dagli operatori di volo con voce ferma: dopo lo Zefiro 23 tocca al terzo stadio, lo Zefiro 9, spingere il carico verso l’alta atmosfera.

Quando anche il terzo stadio si spegne, la missione entra nella fase più delicata gestita dall’AVUM, il quarto stadio a propellente liquido, progettato per riaccendersi più volte e posizionare i satelliti con precisione chirurgica. Il computer di bordo comanda la prima accensione per circolarizzare l’orbita. Il carico utile principale è nascosto nell’ogiva: si tratta di LARES, un satellite passivo destinato a misurazioni di fisica fondamentale. La telemetria conferma lo sgancio dei fermi meccanici: LARES viene rilasciato in un’orbita circolare a circa 1450 chilometri di quota. Subito dopo, l’AVUM manovra nuovamente per rilasciare i carichi secondari, tra cui il microsatellite ALMASat-1 e sette CubeSat. Nella sala di controllo, i grafici confermano che l’iniezione in orbita è avvenuta con margini di errore minimi. Il sistema è qualificato: l’Europa ha ufficialmente un accesso autonomo allo spazio per la classe dei piccoli carichi.

Concluso il fragore del lancio e terminata la fase di commissioning operativo, l'eredità della missione VV01 si è divisa in due filoni distinti ma ugualmente cruciali: la validazione ingegneristica del lanciatore e i risultati scientifici ottenuti dal satellite LARES (Laser Relativity Satellite). Sul fronte ingegneristico, il successo del volo inaugurale ha confermato la maturità tecnologica dei motori a involucro in fibra di carbonio, ponendo le basi industriali per un decennio di lanci commerciali e per l’evoluzione verso le versioni successive del vettore. La precisione dell'iniezione orbitale ha dimostrato l'affidabilità del modulo AVUM, elemento chiave per la versatilità del sistema.

Dal punto di vista scientifico, LARES ha rappresentato un esperimento di fisica gravitazionale di notevole eleganza. Il satellite non trasporta sensori attivi o elettronica; è una sfera di tungsteno di 386 chilogrammi, ricoperta da 92 retroriflettori a spigolo di cubo. La sua densità estrema è stata calcolata per ridurre al minimo l'influenza delle forze non gravitazionali, come la pressione di radiazione solare o l'attrito atmosferico residuo, trasformando l'oggetto in una "particella di prova" quasi perfetta nel campo gravitazionale terrestre. L'obiettivo primario era misurare con precisione l'effetto Lense-Thirring, o "frame-dragging", previsto dalla Relatività Generale di Einstein. Secondo questa teoria, la rotazione della Terra "trascina" lo spaziotempo attorno a sé, causando una precessione quasi impercettibile dell'orbita del satellite.

Negli anni successivi al lancio, una rete internazionale di stazioni di terra ha inviato impulsi laser verso il satellite, misurando il tempo di andata e ritorno con precisione millimetrica per tracciarne l'orbita. L'analisi di milioni di misurazioni, combinata con i dati dei precedenti satelliti LAGEOS e con mappature aggiornate del campo gravitazionale terrestre (fornite dalla missione GRACE), ha permesso al team scientifico di isolare l'effetto relativistico dalle perturbazioni classiche. I risultati pubblicati nelle riviste peer-reviewed indicano che LARES ha confermato la previsione della Relatività Generale con un'accuratezza di circa il 2 per cento, migliorando significativamente le stime precedenti e fornendo una delle verifiche più robuste dell'interazione tra massa rotante e spaziotempo curvo in campo debole.