Sono le prime luci dell'alba sulla base aerea di Edwards, in California, e l'attenzione del mondo aerospaziale è focalizzata su un punto imprecisato del cielo occidentale, dove la navetta Challenger sta per concludere una delle missioni più audaci della storia della NASA. È il 13 aprile 1984. In questo momento, la missione STS-41-C si trova nella fase più critica del profilo di rientro, quella in cui l'energia cinetica accumulata in orbita deve essere dissipata sotto forma di calore attraverso l'attrito atmosferico. A Houston, i controllori di volo osservano le console di telemetria con un misto di tensione e soddisfazione professionale: la navetta ha appena superato il blackout delle comunicazioni, il periodo di silenzio radio causato dalla guaina di plasma ionizzato che avvolge il veicolo durante l'ingresso nell'atmosfera terrestre.
La voce del comandante Robert Crippen rompe il silenzio, confermando che i sistemi di guida, navigazione e controllo stanno portando l'orbiter verso il corridoio di allineamento con la Pista 17. A bordo con lui ci sono il pilota Francis "Dick" Scobee e gli specialisti di missione George Nelson, James van Hoften e Terry Hart. L'atmosfera in cabina è operativa, scandita dai call-out delle altitudini e delle velocità; non c'è spazio per le celebrazioni, nonostante nei giorni precedenti l'equipaggio abbia effettuato la prima riparazione in orbita di un satellite nella storia. Ora, la priorità è la gestione dell'energia: il Challenger è un aliante pesante e non ha motori per tentare un secondo approccio. Il doppio boom sonico annuncia l'arrivo del veicolo sopra il deserto del Mojave. Il carrello viene estratto a pochi secondi dal contatto. Alle 13:38 UTC, le ruote toccano il letto del lago salato, sollevando una nuvola di polvere finissima. Mentre il paracadute di frenata si apre e la navetta rallenta fino all'arresto completo, si chiude una procedura di rientro eseguita con precisione chirurgica, riportando a terra un equipaggio che ha appena riscritto le regole delle operazioni orbitali.
L'atterraggio del 13 aprile 1984 non ha segnato solo la fine di una missione logistica, ma ha inaugurato una nuova era per l'astrofisica operativa, i cui risultati scientifici sono stati validati e analizzati negli anni successivi. L'obiettivo primario della missione STS-41-C era la cattura, riparazione e rilascio del satellite Solar Maximum Mission (SMM), che aveva subito un guasto ai fusibili del sistema di controllo d'assetto poco dopo il lancio nel 1980. Il successo dell'intervento degli astronauti ha permesso di estendere la vita operativa del satellite per altri 5 anni, consentendo alla comunità scientifica di raccogliere dati fondamentali durante il minimo solare del 1986 e l'inizio del nuovo ciclo solare.
I risultati ottenuti grazie a questa estensione sono considerati una pietra miliare nella fisica solare. Lo strumento ACRIM (Active Cavity Radiometer Irradiance Monitor) a bordo di SMM ha fornito le prime misurazioni a lungo termine che hanno confermato come la luminosità totale del Sole non sia costante, ma vari in correlazione con le macchie solari e l'attività magnetica, un dato cruciale per i modelli climatici terrestri. Inoltre, il coronografo del satellite, tornato pienamente operativo dopo la riparazione, ha permesso l'osservazione sistematica delle espulsioni di massa coronale (CME) e ha portato alla scoperta incidentale di dieci comete radenti al Sole (sungrazing comets), una classe di oggetti celesti fino ad allora difficilmente osservabile.
Parallelamente, la missione ha rilasciato in orbita la Long Duration Exposure Facility (LDEF), una struttura passiva grande quanto un autobus scolastico contenente 57 esperimenti scientifici. Sebbene il recupero della LDEF sia avvenuto molto più tardi del previsto, i pannelli esposti hanno fornito una mappatura senza precedenti dell'ambiente in orbita bassa, offrendo dati definitivi sull'erosione da ossigeno atomico e sulla distribuzione dei micrometeoroidi. L'eredità scientifica del 13 aprile risiede dunque nella dimostrazione che la manutenzione in orbita è una strategia percorribile per massimizzare il ritorno scientifico di piattaforme costose, un concetto che avrebbe poi trovato la sua massima espressione con il telescopio spaziale Hubble.