È l’alba del 4 giugno 2000 e nella sala di controllo del Goddard Space Flight Center della NASA l’atmosfera è densa, saturata da una tensione operativa che raramente accompagna la fine di una missione. Non si tratta di un semplice spegnimento di sistemi, ma di una manovra balistica senza precedenti per un oggetto civile di questa stazza. Il Compton Gamma Ray Observatory, con le sue 17 tonnellate di massa, sta per essere guidato verso la distruzione intenzionale. La telemetria scorre veloce sui monitor mentre i controllori di volo verificano lo stato dell’unico giroscopio rimasto attivo. È proprio la fragilità di questo sistema di orientamento ad aver imposto la decisione drastica: se anche quest’ultimo giroscopio dovesse cedere, il satellite diventerebbe un proiettile incontrollabile, con il rischio concreto di rientrare sull’atmosfera sopra aree popolate. La decisione è presa: bisogna farlo cadere ora, finché risponde ai comandi.
La sequenza di rientro è un capolavoro di ingegneria orbitale che non ammette errori. Dopo le manovre preliminari dei giorni scorsi, che hanno abbassato l’orbita progressivamente, oggi è il momento dell’atto finale. Il team di dinamica del volo calcola con precisione millimetrica l’accensione dei propulsori per il "Burn 3", una frenata critica che porta il perigeo a sfiorare gli strati densi dell’atmosfera. Il veicolo, grande quanto un autobus, reagisce docilmente. Gli ingegneri scrutano i dati di assetto: la stabilità è fondamentale. Se il Compton Gamma Ray Observatory dovesse iniziare a ruotare su sé stesso, i motori spingerebbero nella direzione sbagliata, vanificando la traiettoria di sicurezza verso l’Oceano Pacifico.
Arriva l’ordine per l’accensione finale, il "Burn 4". I propulsori si attivano per l’ultima volta, consumando il propellente residuo e rallentando il veicolo a sufficienza per condannarlo alla gravità terrestre. La traiettoria è nominale. Il satellite inizia a sentire l’abbraccio letale dell’atmosfera, le temperature sui pannelli solari schizzano verso l'alto e la resistenza aerodinamica inizia a strappare le strutture esterne. Alle 06:18 UTC circa, il segnale si interrompe. La conferma visiva o radar è superflua per la sala controllo: i dati indicano inequivocabilmente che i frammenti incandescenti del gigante scientifico stanno piovendo nell’area disabitata a sud-est delle Hawaii, lontano dalle rotte navali. Il silenzio in cuffia sancisce il successo dell’operazione: il primo rientro controllato di un Grande Osservatorio della NASA è completato senza danni a cose o persone, chiudendo il sipario con la stessa precisione con cui la missione era iniziata nove anni prima.
L’eredità lasciata dal Compton Gamma Ray Observatory va ben oltre il successo ingegneristico del suo smaltimento. Per quasi un decennio, questo laboratorio orbitante ha rivoluzionato l’astrofisica delle alte energie, agendo come il secondo dei quattro "Grandi Osservatori" della NASA (insieme a Hubble, Chandra e Spitzer). Prima del suo lancio, l’universo dei raggi gamma era una frontiera nebulosa, mappata solo parzialmente e con scarsa risoluzione. I quattro strumenti principali a bordo (BATSE, OSSE, COMPTEL ed EGRET) hanno lavorato in sinergia per coprire uno spettro energetico inedito, permettendo agli scienziati di osservare i fenomeni più violenti ed estremi del cosmo.
Il risultato scientifico più eclatante, che da solo giustificherebbe l'intera missione, riguarda la natura dei lampi di raggi gamma (Gamma-Ray Bursts o GRB). Fino agli anni Novanta, la comunità scientifica era divisa: molti ritenevano che queste esplosioni improvvise avvenissero all'interno della nostra galassia, la Via Lattea. Lo strumento BATSE ha monitorato il cielo registrando oltre 2700 eventi, dimostrando una distribuzione perfettamente isotropa, ovvero uniforme in tutte le direzioni. Questo dato ha smentito l’ipotesi galattica (che avrebbe mostrato una concentrazione sul piano della Via Lattea) e ha confermato che i GRB sono eventi cosmologici, situati a miliardi di anni luce di distanza e quindi caratterizzati da una potenza inimmaginabile, probabilmente generata dal collasso di stelle massicce o dalla fusione di stelle di neutroni.
Oltre a risolvere il mistero dei GRB, la missione ha prodotto la prima mappa completa del cielo in raggi gamma ad alta energia grazie allo strumento EGRET, identificando una nuova classe di nuclei galattici attivi chiamati "blazar", che emettono getti di particelle e radiazioni puntati quasi esattamente verso la Terra. Sorprendentemente, il satellite ha anche rivoluzionato la fisica atmosferica terrestre: ha scoperto che i temporali sul nostro pianeta possono generare lampi di raggi gamma (Terrestrial Gamma-ray Flashes), un fenomeno fino ad allora sconosciuto che trasforma l'atmosfera sopra le nostre teste in un acceleratore di particelle naturale. I dati raccolti dal Compton Gamma Ray Observatory rimangono ancora oggi un riferimento fondamentale, avendo trasformato l'astronomia gamma da disciplina di nicchia a pilastro fondamentale per la comprensione della struttura e dell'evoluzione dell'universo.