È il 30 giugno 2009 e l'atmosfera nella sala di supporto alla missione Ulysses presso il Jet Propulsion Laboratory a Pasadena è carica di sommessa solennità. Dopo oltre diciotto anni di eccezionale servizio nello spazio profondo, per la sonda scientifica congiunta di ESA e NASA è giunto il momento del congedo definitivo. Il piccolo esploratore robotico ha superato di quasi quattro volte le aspettative iniziali dei progettisti. I tecnici seguono con attenzione i dati di telemetria sugli schermi. La decisione di spegnere il veicolo, presa di comune accordo dalle due agenzie, è dovuta al declino del generatore termoelettrico a radioisotopi. Ormai la potenza elettrica è insufficiente a riscaldare i condotti dell'idrazina; senza riscaldamento, il propellente congelerebbe, rendendo la sonda ingovernabile. Per evitare una fine incontrollata, il team si appresta a inviare la sequenza di comandi finale.

Prima dell'invio definitivo dei dati, i tecnici controllano lo stato dei sottosistemi di bordo. Gli strumenti per lo studio del vento solare e i rivelatori di polvere interstellare, che hanno funzionato quasi ininterrottamente, sono già stati spenti per risparmiare i pochi watt rimasti. Nelle ultime settimane, la sonda ha conservato attiva solo l'elettronica di base per l'assetto e le comunicazioni con la Terra. Ciascun operatore alla console verifica i canali radio, in attesa che la stazione del Deep Space Network sia allineata per l'ultimo contatto programmato.

Le operazioni hanno inizio nel pomeriggio. Alle ore quindici e trentacinque del tempo coordinato universale si apre la finestra di comunicazione con le stazioni terrestri. I controllori seguono la procedura d'addio pre-programmata. La sonda si trova a grande distanza dalla Terra, e ogni comando radio impiega decine di minuti per coprire il tragitto di andata e ritorno. I battiti della telemetria scorrono regolari, mostrando che tutti i sistemi essenziali rispondono ancora in modo nominale agli impulsi inviati da Pasadena.

Con il passare delle ore, l'emozione cresce. Il personale monitora lo stato termico della sonda. Il calore generato artificialmente con brevi accensioni dei propulsori ha permesso di ritardare il congelamento del propellente, ma questa strategia ha esaurito la sua efficacia. Il primo comando definitivo impone al veicolo di commutare la trasmissione radio dall'antenna ad alto guadagno a quella a basso guadagno. Questo passaggio avviene alle ore venti e nove minuti del tempo coordinato universale. Immediatamente, il segnale forte che ha guidato gli scienziati per quasi quattro lustri si attenua bruscamente, diventando invisibile alle antenne.

Pochi minuti dopo, alle ore venti e quindici minuti del tempo coordinato universale, scatta lo spegnimento definitivo del trasmettitore di bordo. Con questa azione irreversibile, la sonda cessa di trasmettere segnali radio. Sugli schermi della sala, la linea della frequenza portante si appiattisce istantaneamente. Non ci sono applausi clamorosi, ma un silenzio colmo di rispetto per un successo tecnologico senza precedenti. La sonda continua la sua orbita silenziosa attorno al Sole, muta, trasformandosi in un monumento eterno all'esplorazione spaziale. Il team raccoglie i computer e spegne i monitor, concludendo le attività di una macchina straordinaria.

La fine formale della missione segna l'inizio di una nuova fase di analisi per una mole di dati che ha ridefinito la fisica solare. Fino al viaggio di questa sonda, le conoscenze sull'eliosfera erano limitate alle osservazioni condotte sul piano dell'eclittica, la fascia equatoriale in cui orbitano la Terra e gli altri pianeti. Lanciata il 6 ottobre 1990, la sonda Ulysses ha sfruttato la potente gravità di Giove per compiere una fionda gravitazionale senza precedenti, che l'ha proiettata fuori dal piano planetario su un'orbita polare inclinata di quasi ottanta gradi rispetto all'equatore solare. Questa traiettoria unica ha permesso di mappare lo spazio interplanetario in tre dimensioni, offrendo una prospettiva del tutto inedita sulla nostra stella. I dati raccolti hanno gettato le fondamenta per una comprensione moderna della meteorologia spaziale, vitale per la protezione delle infrastrutture orbitali terrestri.

Tra i risultati scientifici più rilevanti figura la scoperta della struttura tridimensionale del vento solare. Prima delle misurazioni in alta latitudine, la comunità scientifica ipotizzava che la velocità del flusso di particelle aumentasse in modo lineare verso i poli. I sensori di bordo hanno svelato una realtà differente: dalle regioni polari emana un vento solare incredibilmente veloce e uniforme, che soffia a circa settecentocinquanta chilometri al secondo. Questa velocità è quasi il doppio rispetto a quella del vento registrato nelle zone equatoriali, caratterizzato da forti turbolenze e variazioni intorno ai trecentocinquanta chilometri al secondo. Questa netta asimmetria ha costretto i fisici a riformulare i modelli di espansione della corona solare.

Un altro tassello fondamentale riguarda la complessa geometria del campo magnetico della stella. Le teorie classiche descrivevano il campo polare come un dipolo regolare e molto intenso. Le misurazioni dirette hanno smentito questa impostazione, mostrando che il campo magnetico ai poli è molto più debole del previsto. Inoltre, le linee di forza non si estendono in modo rettilineo, ma appaiono ripiegate e caotiche a causa di continue onde magnetiche. Questa struttura complessa spiega come mai le particelle cariche, accelerate dalle tempeste solari a bassa latitudine, riescano a risalire fino ai poli, propagandosi nell'intero spazio interplanetario con dinamiche prima ritenute del tutto improbabili.

La straordinaria longevità dello strumento ha consentito di osservare la stella per quasi due interi cicli solari di undici anni, documentando in diretta l'inversione della polarità magnetica. Durante l'ultimo minimo solare, gli scienziati hanno rilevato un indebolimento progressivo del vento solare, che ha raggiunto i livelli minimi registrati dall'inizio dell'era spaziale. Oltre allo studio del Sole, la sonda ha intercettato l'afflusso di atomi di elio neutro e piccoli granelli di polvere provenienti dallo spazio interstellare profondo, misurando come lo scudo magnetico solare ne moduli l'ingresso nell'eliosfera. Infine, gli incontri fortuiti con le code di alcune comete, tra cui la celebre Hyakutake, hanno mostrato che queste enormi strutture di plasma possono estendersi nello spazio per centinaia di milioni di chilometri, superando di gran lunga le stime teoriche formulate in precedenza.