Nelle sale del centro di controllo della NASA, la tensione operativa raggiunge il culmine mentre il modulo di discesa della missione Viking 2 affronta la fase conclusiva dell'avvicinamento a Marte. È il 3 settembre 1976 e la complessa sequenza automatizzata di atterraggio si svolge senza alcuna possibilità di controllo manuale in tempo reale, dato che i segnali radio impiegano diversi minuti per percorrere la distanza tra i due pianeti. In seguito alla separazione dal modulo orbitale, avvenuta con successo lungo l'orbita marziana dopo la consueta scansione fotografica dei siti di atterraggio alternativi, la capsula di discesa protetta dallo scudo termico in materiale ablativo fa il suo ingresso negli strati superiori dell'atmosfera. La telemetria inviata verso la Terra conferma che la resistenza atmosferica sta decelerando efficacemente il veicolo, mentre l'unità centrale di bordo elabora continuamente le informazioni provenienti dai giroscopi e dagli accelerometri per mantenere la traiettoria nominale. Gli ingegneri a terra seguono i dati di telemetria ritardati con il fiato sospeso, consapevoli che ogni manovra critica deve essere eseguita in piena autonomia dall'elaboratore di bordo.
Raggiunta la quota critica di poche decine di chilometri, la sonda comanda l'estrazione del paracadute supersonico da oltre dodici metri di diametro, riducendo bruscamente la velocità di caduta. Pochi istanti dopo, lo scudo termico ormai consumato viene sganciato per permettere al radar altimetrico di acquisire la superficie e tracciare la quota con estrema precisione. La sequenza automatica prosegue in perfetto orario: ad un'altezza inferiore ai due chilometri, il computer accende i tre motori a retrospinta ad altezza variabile alimentati ad idrazina, regolando la spinta per evitare di sollevare troppa polvere e per preservare l'integrità chimica del suolo sottostante.
I sensori inerziali situati sulle tre gambe d'appoggio rilevano l'impatto finale con il terreno marziano alle ventidue e trentasette UTC. Il lander della missione Viking 2 completa un atterraggio morbido sul suolo pianeggiante di Utopia Planitia, pur posizionandosi con un'inclinazione di circa otto gradi a causa del contatto di un piede d'appoggio con un frammento roccioso. Nelle sale di controllo le manifestazioni di entusiasmo vengono contenute per concentrarsi immediatamente sul monitoraggio delle funzioni primarie, della carica delle batterie nucleari a radioisotopi e della stabilità delle connessioni radio.
I comandi preprogrammati avviano immediatamente le operazioni successive al touchdown. L'antenna ad alto guadagno si orienta per agganciare l'orbiter in sorvolo, strutturando la catena di trasmissione dei dati scientifici e telemetrici. Le fotocamere a scansione meccanica iniziano la prima rotazione, inviando i primi bit di dati visivi. Nel giro di pochi minuti le righe di dati ricomposte sui monitor mostrano una pianura disseminata di rocce basaltiche scure e depositi sabbiosi rossastri, estesi fino all'orizzonte marziano. Durante le giornate successive, i tecnici procedono allo sblocco del braccio robotico articolato, al collaudo del laboratorio biologico integrato e all'attivazione delle stazioni meteorologiche, dando vita a un'esplorazione prolungata del pianeta.
L'eredità scientifica lasciata dalla missione Viking 2 rappresenta uno spartiacque fondamentale nello studio della planetologia comparata e nella caratterizzazione del pianeta rosso. Una volta stabilizzata la presenza sul suolo marziano, la strumentazione analitica integrata ha consentito di effettuare le prime indagini chimiche, fisiche e biologiche condotte direttamente sulla superficie. Le misurazioni condotte durante la discesa atmosferica e confermate dalle stazioni di bordo hanno consentito di determinare con elevata accuratezza la composizione dell'atmosfera, rivelando una dominanza di anidride carbonica affiancata da frazioni minori di azoto molecolare e argon, parametri fino a quel momento noti solo in modo approssimativo.
Nel campo dell'analisi del suolo, le scanalature tracciate dal braccio robotico hanno permesso di raccogliere e trasferire i campioni di regolite verso i laboratori miniaturizzati di bordo. Le analisi condotte mediante la spettrometria di massa e la gascromatografia hanno evidenziato una chimica superficiale ricca di ferro, silicio e zolfo, responsabile della caratteristica colorazione rossastra delle polveri. Tuttavia, lo strumento non ha rilevato tracce di molecole organiche complesse oltre i limiti di sensibilità delle parti per miliardo. Questo dato ha fornito un elemento di confronto determinante per la rilettura dei risultati ottenuti dai tre esperimenti biologici integrati, volti a rintracciare processi metabolici, fotosintetici o di respirazione cellulare. Sebbene l'esperimento a rilascio marcato avesse inizialmente mostrato un'emissione di gas compatibile con un'attività biologica, la combinazione dei dati chimici e l'assenza di composti organici hanno condotto la comunità scientifica a interpretare tali reazioni come il frutto di una complessa chimica inorganica, guidata da ossidanti altamente reattivi presenti nel terreno marziano. Tali scoperte hanno rivoluzionato i criteri di ricerca della vita extraterrestre, imponendo nuovi standard rigorosi per la sterilizzazione delle sonde spaziali e per l'analisi dei campioni extraterrestri nelle successive missioni di esplorazione.
Un contributo di eccezionale valore scientifico è giunto dai rilevamenti meteorologici e sismici prolungati. A differenza della sonda gemella, il sismometro di Viking 2 si è sbloccato correttamente dopo l'atterraggio, registrando un segnale riconducibile a un potenziale evento sismico marziano e fornendo i primi vincoli empirici sulla dinamica interna del pianeta. Le osservazioni meteorologiche continuative hanno documentato per la prima volta la formazione stagionale di un sottile strato di brina di ghiaccio d'acqua sul terreno di Utopia Planitia durante l'inverno marziano, oltre ai cicli di variazione della pressione atmosferica legati alla sublimazione e condensazione del diossido di carbonio ai poli.
Il lander della missione Viking 2 ha continuato a trasmettere dati per un totale di 1281 sol marziani, superando ampiamente le aspettative di vita operativa previste dai progettisti. L'enorme volume di dati ambientali, spettrali e fotogrammetrici raccolti ha smentito l'ipotesi di un Marte idrologicamente attivo al presente, ma ha gettato le basi metodologiche e tecnologiche per tutte le successive esplorazioni robotiche della superficie marziana. L'archivio generato dalla missione rimane tuttora un punto di riferimento primario per comprendere l'evoluzione climatica e la potenziale abitabilità del sistema solare.