La telemetria che giunge dal profondo dello spazio conferma l'esito positivo dell'ultima manovra correttiva. Nella sala di controllo del centro spaziale di Sagamihara, i tecnici della JAXA, l'agenzia spaziale giapponese, mantengono lo sguardo fisso sulle console di monitoraggio. Oggi, 27 giugno 2018, la sonda interplanetaria Hayabusa-due scrive una pagina memorabile dell'esplorazione robotica. Dopo un viaggio silenzioso durato oltre tre anni e mezzo attraverso il sistema solare interno, il veicolo spaziale ha finalmente completato l'inserimento in orbita fittizia attorno all'obiettivo della sua missione. Il debole segnale radio inviato dall'antenna ad alto guadagno impiega diversi minuti per coprire la distanza che separa la sonda dalla Terra, rendendo ogni comando in tempo reale impossibile e costringendo i sistemi di bordo a operare in modalità parzialmente autonoma.
I propulsori chimici a monopropellente si sono attivati con precisione millimetrica per rallentare la velocità relativa della sonda rispetto all'asteroide. Questo impulso controllato ha stabilito il posizionamento definitivo nella cosiddetta stazione di sosta ravvicinata, battezzata Home Position. La sonda automatica si trova ora a una distanza di sicurezza di 20 chilometri dalla superficie dell'asteroide Ryugu. Da questa quota, la gravità estremamente debole del corpo celeste non è in grado di catturare stabilmente il veicolo, il quale deve pertanto effettuare periodiche e minutissime accensioni dei motori per compensare la pressione della radiazione solare e mantenere la corretta geometria di osservazione rispetto al Sole e alla Terra.
Le immagini ad alta risoluzione catturate dalla telecamera di navigazione ottica mostrano Ryugu in tutta la sua complessa e inattesa morfologia. L'asteroide non si presenta affatto come una roccia liscia o come un corpo sferico regolare, bensì come una gigantesca trottola di pietra dal profilo spigoloso. La sua superficie appare straordinariamente scura, quasi priva di zone riflettenti, e densamente coperta da enormi massi disposti in modo caotico, intervallati da crateri da impatto profondi. Questo scenario geologico costringe l'equipe scientifica e i progettisti della missione a rivedere immediatamente le strategie operative per la futura discesa. Le ampie zone pianeggianti e prive di ostacoli che i modelli teorici ipotizzavano come ideali per la raccolta dei campioni sembrano del tutto assenti, aumentando notevolmente il livello di rischio tecnologico delle prossime manovre.
L'attività a bordo del veicolo spaziale prosegue intanto senza sosta. I sistemi completano i controlli di funzionamento degli strumenti scientifici primari, tra cui il radar altimetrico e lo spettrometro nel vicino infrarosso, che inizieranno immediatamente la mappatura dettagliata della composizione mineralogica del terreno. I sensori di navigazione ottica tracciano costantemente i punti di riferimento sulla superficie rotante per definire un modello tridimensionale estremamente preciso del corpo celeste. Nelle prossime ore, i tecnici a terra verificheranno minuziosamente lo stato termico ed energetico dei sottosistemi di bordo, assicurando che le batterie e i pannelli solari operino secondo i parametri ottimali. La fase di avvicinamento ravvicinato è ufficialmente conclusa e si apre ora la complessa campagna scientifica di prossimità, destinata a durare circa un anno e mezzo, durante la quale la sonda rilascerà piccoli moduli di esplorazione prima di tentare lo storico contatto con la superficie per asportare preziosi frammenti di roccia primordiale.
La missione di Hayabusa-due ha ridefinito la nostra comprensione dei corpi celesti primordiali, offrendo una messe di dati di inestimabile valore scientifico che ha trovato ampia conferma in prestigiose pubblicazioni scientifiche internazionali. L'analisi diretta dei dati raccolti sul posto ha rivelato che Ryugu, caratterizzato da un diametro di circa 900 metri, non è un blocco di roccia monolitico, bensì un tipico asteroide aggregato, noto scientificamente come rubble-pile. La sua struttura interna presenta un tasso di vuoti incredibilmente elevato, con una porosità media che supera il cinquanta per cento, una caratteristica strutturale confermata sia dalle misurazioni termiche condotte dallo spettrometro sia dall'esperimento di impatto cinetico effettuato rilasciando un penetratore di rame ad alta velocità. Questo storico impatto artificiale ha dimostrato che su corpi celesti così piccoli e porosi la dinamica di formazione dei crateri è dominata e regolata dalla gravità estremamente debole del corpo piuttosto che dalla coesione meccanica del materiale, producendo una cavità da impatto molto più ampia e profonda di quanto precedentemente previsto dai modelli teorici terrestri.
Il successo più straordinario della missione si è concretizzato nel dicembre del duemilaventi, quando la capsula ermetica contenente i preziosi campioni prelevati è rientrata con successo nell'atmosfera terrestre. Le analisi fisiche e chimiche di laboratorio condotte su questi grani incontaminati hanno confermato l'eccezionale valore scientifico del materiale, rivelando una stretta e inaspettata affinità con le rarissime meteoriti carbonacee di tipo Ivuna, considerate le più chimicamente primitive del sistema solare. I campioni contengono argille ricche di idrossili e una straordinaria varietà di composti organici complessi. Gli scienziati hanno identificato decine di amminoacidi differenti, tra cui molecole essenziali per lo sviluppo biologico come l'acido glutammico, l'acido aspartico, la valina e la glicina, oltre a basi azotate come l'uracile. La presenza di tali composti complessi in campioni protetti dall'ambiente terrestre dimostra in modo inequivocabile che i mattoni chimici della vita si sono formati nello spazio profondo, molto prima che la Terra stessa prendesse forma.
Inoltre, lo studio spettroscopico ha rivelato che la superficie di Ryugu ha subito una parziale perdita di acqua a causa del riscaldamento solare e dello sputtering indotto dal vento solare. I dati indicano che il corpo progenitore da cui l'asteroide si è originato deve aver sperimentato un intenso riscaldamento interno generato dal decadimento di elementi radioattivi a vita breve nelle prime fasi della sua evoluzione. Questa scoperta offre indizi cruciali sulla distribuzione dell'acqua e degli elementi volatili nella nebulosa solare primordiale e rafforza l'ipotesi che oggetti simili abbiano fornito i precursori degli oceani e della biosfera alla Terra primitiva. Conclusa la missione principale, la sonda ha intrapreso una complessa estensione operativa per studiare ravvicinatamente un minuscolo asteroide a rotazione ultra-rapida per finalità di difesa planetaria, spinta ancora una volta dai suoi efficientissimi motori a ioni. Questa prosecuzione del viaggio consolida una straordinaria eredità tecnologica per i futuri voli interplanetari.