È una mattina umida e tesa alla base di lancio di Kourou, nella Guyana Francese. I tecnici dell'Agenzia Spaziale Europea e di Arianespace stanno completando i preparativi finali sulla rampa per il volo quattordici del vettore Ariane uno. Nel cuore del centro di controllo, la telemetria mostra che tutti i sistemi della sonda Giotto rispondono in modo stabile. Mancano pochi minuti all'apertura della finestra di lancio e l'attenzione del personale si concentra sul caricamento accurato dei propellenti ipergolici nei serbatoi del razzo. La sonda, battezzata in onore del pittore medievale che per primo ritrasse la cometa con precisione quasi realistica, è pronta per essere spedita verso il profondo spazio eliocentrico.
L'orologio segna le undici e ventitre minuti UTC del 2 luglio 1985. I quattro motori Viking del primo stadio si accendono con un boato profondo, sollevando la struttura d'acciaio e compositi verso il cielo tropicale. La traiettoria è nominale e l'ascesa procede senza deviazioni rispetto ai parametri precalcolati dal computer di guida. Pochi minuti dopo il decollo, il primo stadio si separa regolarmente, lasciando al secondo stadio il compito di proseguire la spinta oltre l'atmosfera densa. Il controllo della missione a Darmstadt riceve i dati di telemetria tramite le stazioni di terra dell'organizzazione di supporto. Ciascun segmento del volo viene monitorato con precisione microscopica, poiché questa rappresenta la prima vera avventura dello spazio profondo per l'Europa continentale.
Una volta completata l'accensione dell'ultimo stadio, la sonda si separa ed entra nella sua orbita di trasferimento eliocentrica. Nelle ore successive, la sala operativa a Darmstadt avvia le prime delicate manovre di assetto. La sonda, che ha una massa complessiva di novecentosessanta chilogrammi, inizia a ruotare sul proprio asse longitudinale a una frequenza costante di quindici giri al minuto per garantire la stabilità giroscopica necessaria durante la lunga crociera. Il team di controllo esegue i primi test di funzionamento del sofisticato scudo protettivo contro le polveri, una barriera a doppio strato progettata appositamente per resistere ai violenti impatti ravvicinati con i detriti che circondano il nucleo della cometa di Halley.
Nei giorni immediatamente successivi, fino al cinque di luglio, i tecnici eseguono il progressivo riscaldamento e l'attivazione preliminare dei dieci strumenti scientifici a bordo. I sistemi di comunicazione in banda S e banda X vengono calibrati con successo, stabilendo un canale radio solido con le antenne della rete di ascolto terrestre. Le sequenze di controllo confermano che la telecamera multicolore per l'osservazione ravvicinata e gli analizzatori di plasma rispondono nominalmente ai comandi inviati da terra. Questo sforzo di calibrazione si inserisce in un quadro di cooperazione internazionale senza precedenti, con il centro operativo che si prepara a ricevere i dati orbitali di correzione dalle sonde sovietiche Vega per affinare la traiettoria di intercettazione. La navigazione spaziale procede secondo i piani stabiliti, segnando l'inizio di una rotta silenziosa che porterà il veicolo a incrociare l'orbita del suo bersaglio ghiacciato diversi mesi dopo.
A distanza di anni, l’analisi globale delle informazioni raccolte dalla sonda ha profondamente rivoluzionato la nostra comprensione dei corpi minori del Sistema Solare, trasformando modelli teorici consolidati in dati fisici precisi. Il momento culminante della missione si compie a marzo 1986, precisamente nella notte tra il tredici e il quattordici del mese, quando il veicolo spaziale sfida l'intenso flusso di polveri per passare a una distanza minima di circa 596 chilometri dal centro del nucleo cometario. Nonostante il drammatico impatto con un granello di polvere avvenuto pochi secondi prima del massimo avvicinamento, che ha fatto oscillare l’antenna principale interrompendo temporaneamente le comunicazioni, la telecamera multicolore a bordo e gli spettrometri hanno catturato dati di valore scientifico prima di subire danni irreparabili.
Le immagini storiche trasmesse a terra hanno rivelato per la prima volta nella storia dell'astronautica la vera forma del nucleo della cometa di Halley. Gli scienziati hanno potuto osservare un corpo solido, irregolare e allungato, simile a una patata, con una lunghezza di circa quindici chilometri e una larghezza compresa tra sette e dieci chilometri. Contrariamente all'ipotesi classica della palla di neve sporca, la superficie si è rivelata molto scura, simile al carbone, con un coefficiente di riflessione della luce, o albedo, limitato ad appena il due o quattro per cento. Questo strato esterno scuro funge da isolante termico, impedendo ai ghiacci interni di sublimare in modo uniforme. Infatti, le riprese hanno dimostrato che l'attività eruttiva non è globale, ma concentrata in pochi getti brillanti che fuoriescono da appena il dieci per cento della superficie totale rivolta verso il Sole.
Gli spettrometri di massa hanno permesso di mappare con precisione la composizione molecolare dei gas espulsi. L’acqua rappresenta il costituente principale, equivalente a circa l’ottanta per cento del materiale volatile totale, seguita dal dieci per cento di monossido di carbonio e da percentuali minori di anidride carbonica, metano e ammoniaca. Una delle rivelazioni principali è giunta dall'analisi delle polveri, che ha rivelato la presenza di granelli composti da carbonio, idrogeno, ossigeno e azoto, noti da allora come particelle organiche complesse. Questi elementi, fondamentali per la chimica organica, indicano che le comete custodiscono materiale risalente alle prime fasi di condensazione della nebulosa solare, supportando l'ipotesi che questi corpi possano aver fornito alla Terra primordiale i composti di base necessari allo sviluppo biologico.
Dopo aver completato l'indagine principale, la missione ha dimostrato una significativa estensione operativa. Sfruttando per la prima volta nella storia dell’esplorazione planetaria un passaggio ravvicinato con la Terra per modificarne l’orbita eliocentrica, precisamente il due luglio del millenovecentonovanta, a cinque anni esatti dal lancio, il veicolo è stato risvegliato dal letargo e indirizzato verso la cometa Grigg-Skjellerup a luglio del millenovecentonovantadue. Pur con diversi sensori fuori uso a causa del bombardamento precedente, la sonda ha misurato i campi magnetici e i flussi di particelle a una distanza ravvicinata di soli duecento chilometri dal secondo bersaglio, confermando l'eredità tecnologica di una delle importanti tappe dell’esplorazione dello spazio profondo.