È una notte limpida e carica di tensione elettrica nel cosmodromo di Baikonur, in Kazakistan. Sulla rampa di lancio 31/6, i riflettori illuminano il profilo snello del razzo Soyuz-FG, che svetta verso il cielo scuro della steppa. All’interno della carenatura, protetta come un gioiello prezioso, riposa la sonda Mars Express, la prima missione planetaria interamente gestita dall'Agenzia Spaziale Europea (ESA). Agganciato al suo fianco c’è il piccolo lander britannico Beagle 2. I tecnici russi e gli ingegneri europei monitorano le console con un misto di orgoglio e apprensione: la finestra di lancio è dettata dalla meccanica celeste e non ammette ritardi. Marte si sta avvicinando alla Terra come non accadeva da millenni, offrendo una traiettoria ottimale che non si può sprecare.
Sono le 23:45 ora locale del 2 giugno 2003. Al comando di accensione, i motori del primo stadio ruggiscono, sollevando le oltre 300 tonnellate del vettore con una spinta progressiva. Il razzo si stacca da terra, fendendo l'oscurità e lasciandosi dietro una scia di fuoco visibile a chilometri di distanza. Nei minuti successivi, la cronaca è scandita dalle chiamate della telemetria: il distacco dei booster laterali avviene con la coreografia perfetta della "croce di Korolev", seguito dalla separazione del core centrale. Ora tutto dipende dallo stadio superiore Fregat.
La Fregat si accende una prima volta per parcheggiare il carico in un’orbita terrestre bassa, ma è la seconda accensione, circa un’ora e mezza dopo il decollo, a determinare il destino della missione. Questo impulso cruciale deve imprimere la velocità di fuga necessaria per abbandonare la gravità terrestre. Il silenzio in sala controllo si rompe solo quando i dati confermano lo spegnimento corretto del motore e la separazione della sonda. Mars Express è libera, da sola nel vuoto, diretta verso una destinazione lontana circa sei mesi di viaggio. Mentre la telemetria fluisce verso il centro operazioni ESOC di Darmstadt, in Germania, la priorità assoluta diventa il dispiegamento dei pannelli solari. Senza energia, la sonda congelerebbe in poche ore. Quando il segnale conferma l'apertura delle ali fotovoltaiche, un applauso liberatorio segna l'inizio ufficiale del viaggio interplanetario europeo.
Con l'arrivo al Pianeta Rosso nel dicembre dello stesso anno, Mars Express ha inaugurato un'era di scoperte che ha riscritto i manuali di planetologia, andando ben oltre la durata nominale della missione. Sebbene il lander Beagle 2 non sia riuscito a comunicare dopo l'atterraggio, l'orbiter ha compensato ampiamente quella perdita con una messe di dati scientifici di valore inestimabile. La sonda ha funzionato come un "investigatore" polivalente, scrutando l'atmosfera, la superficie e, per la prima volta in modo sistematico, il sottosuolo marziano.
Uno dei risultati più eclatanti e dibattuti è arrivato dallo strumento radar MARSIS, sviluppato con un forte contributo italiano. Grazie alla sua capacità di penetrare la crosta marziana inviando onde radio nel profondo, lo strumento ha individuato nel 2018 forti evidenze di acqua liquida — probabilmente salmastra e mista a sedimenti — intrappolata sotto la calotta polare sud, a una profondità di circa 1,5 chilometri. Questa scoperta ha riacceso le speranze degli astrobiologi sulla possibilità di nicchie abitabili odierne nel sottosuolo, protette dalle radiazioni cosmiche.
Parallelamente, lo spettrometro OMEGA ha mappato la composizione mineralogica della superficie, fornendo la prova definitiva che Marte non è sempre stato il deserto acido e arido che vediamo oggi. I dati hanno rivelato vasti depositi di fillosilicati (argille), minerali che si formano esclusivamente in presenza di acqua liquida neutra e duratura. Questa "mappa del passato" ha permesso di identificare i siti più antichi e promettenti per la ricerca di vita fossile, guidando la selezione dei luoghi di atterraggio per i rover successivi.
La camera ad alta risoluzione HRSC, infine, ha restituito immagini tridimensionali a colori di una nitidezza senza precedenti, mappando quasi l'intero pianeta con una risoluzione di 10 metri per pixel. Queste immagini non hanno solo un valore estetico; hanno permesso di ricostruire la storia geologica di vulcani, canyon e antichi letti fluviali con precisione topografica. Anche dopo decenni di operazioni, la missione continua a fornire dati cruciali, come le misurazioni fluttuanti di metano nell'atmosfera, mantenendo aperto il dibattito sulla geochimica attiva del pianeta.